Il botanico Stefano Mancuso accende il dibattito su scienza e politica ambientale
Nel 2012, alla chiusura del primo periodo di impegno, qualcosa accadde in silenzio: tutti i 36 paesi che avevano aderito pienamente al Protocollo di Kyoto centrarono i loro obiettivi di riduzione delle emissioni. Un dato che stride con il luogo comune degli accordi climatici visti come dichiarazioni di intenti destinate a fallire. Eppure, l’architettura prevista da quel testo del Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 dopo anni di negoziati, non era fatta di tecnologie miracolose. Era fatta di impegni vincolanti: obblighi di riduzione per i paesi dell’Annesso 1, tre strumenti di politica internazionale (i Meccanismi di Flessibilità) per aiutarli a rispettare i target, e una scadenza precisa. Quella stessa storia della politica climatica ci dice che, quando le regole sono scritte in un trattato e applicate, il risultato arriva.
La cassetta degli attrezzi del ministro
La domanda che segue quel dato del 2012 è immediata: come ha fatto la politica a ottenere questo risultato, quando ministri e capi di Stato non erano certo tutti scienziati? La risposta non sta nello specifico tecnico, ma nel metodo. I leader che hanno costruito il Protocollo di Kyoto o l’Accordo di Parigi — negoziato da 196 parti durante la Conferenza delle Nazioni Unite del 2015 vicino a Parigi e firmato l’anno successivo — non si sono sostituiti ai climatologi. Hanno trasformato la conoscenza scientifica in obiettivi politici condivisi. Hanno preso le valutazioni di organismi creati apposta per orientare i governi, come l’IPCC per il cambiamento climatico e l’IPBES per la biodiversità, e le hanno tradotte in impegni vincolanti. Il compito della politica è scegliere una direzione. Non è necessario saper misurare la concentrazione di ozono per capire che va ridotta; serve la capacità di convocare le competenze giuste al tavolo giusto, ascoltare, e poi decidere.
Un ministro dell’ambiente non è chiamato a essere un climatologo, un ecologo, un fisico dell’atmosfera o uno specialista di ogni singola materia che rientra nelle competenze del proprio dicastero. La vera competenza richiesta è creare le condizioni affinché la conoscenza scientifica orienti le decisioni. Perché la crisi climatica e quella della biodiversità non sono soltanto problemi fisici o biologici: sono problemi anche politici, economici e culturali. Risolverli significa saper maneggiare leve che vanno oltre la modellistica predittiva: negoziare con altri ministeri, costruire consenso nei parlamenti, trovare coperture finanziarie, accompagnare settori industriali nella transizione. Il successo del primo periodo di Kyoto non arrivò perché ogni ministro conosceva la chimica dell’atmosfera, ma perché un sistema di regole condivise incanalò gli interessi nazionali verso un risultato comune verificabile.
La polemica Mancuso e il nodo della competenza
È il 27 giugno 2026 quando Stefano Mancuso pubblica su La Repubblica un editoriale destinato ad accendere la discussione. Il botanico, nato nel 1965, conosciuto per le sue ricerche sull’intelligenza delle piante, mette sul tavolo un tema che tocca nervi scoperti. La replica che arriva da Ciccarese nei giorni scorsi dimostra quanto la tensione tra scienza e politica, a vent’anni dal primo periodo di Kyoto e a oltre un decennio dalla firma dell’Accordo di Parigi, resti irrisolta. Non è una polemica accademica: è il riflesso di un interrogativo concreto su chi dovrà guidare il dicastero ambientale nella prossima legislatura, mentre gli impegni assunti dalla comunità internazionale — dal Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework in poi — richiedono di essere trasformati in politiche nazionali esigibili.
La questione, quindi, non è se un ministro debba conoscere ogni dettaglio scientifico del cambiamento climatico o della biodiversità o del ciclo dell’ozono. È se abbia la capacità di riconoscere il valore delle evidenze disponibili, dialogare con la comunità scientifica e trasformare queste conoscenze in politiche pubbliche efficaci e lungimiranti. I trattati internazionali come Kyoto e Parigi non sono nati da improvvisazioni di scienziati prestati alla politica, ma da leader che hanno saputo ascoltare l’IPCC, incaricare i propri negoziatori, costruire alleanze e accettare vincoli. Il prossimo accordo o il prossimo piano nazionale di adattamento saranno efficaci non in proporzione ai titoli di studio di chi li firma, ma in proporzione alla sua volontà di farli rispettare. Il futuro ministro dovrà dimostrare capacità di sintesi, non erudizione. Dovrà riconoscere che la direzione è già stata indicata dalla scienza, e che il suo compito non è discuterla, ma percorrerla.
Chi siederà a quel tavolo sarà giudicato non per i titoli di studio, ma per la capacità di scegliere la direzione indicata dai fatti. Perché l’eredità di Kyoto, nel suo anno di chiusura del primo periodo, non fu una lezione di climatologia: fu una lezione di metodo politico.




