Specie non venatorie come molluschi e pesci d’acqua dolce restano senza fondi, mentre la biodiversità si erode.

A metà luglio, dall’Alabama arrivava un dato che smonta le priorità dichiarate della conservazione. Secondo un’analisi di Vox su dati governativi, lo stato del sud-est degli Stati Uniti ha più specie animali in pericolo e minacciate a livello federale di qualsiasi altro stato, con l’unica eccezione della California, che però è circa tre volte più grande. Eppure, quando si guarda al denaro, la gerarchia si ribalta. Secondo Amy Silvano, che guida le attività non venatorie del Dipartimento per la Conservazione e le Risorse Naturali dell’Alabama, il bilancio annuale dell’ente è di circa 450 milioni di dollari, ma solo l’1 per cento va alle specie non da caccia: cozze d’acqua dolce, gamberi, lumache e molti pesci minacciati.

Dietro la percentuale c’è una storia ecologica ancora più drammatica. L’Alabama si trova tra i 30 e i 35 gradi di latitudine nord e riceve un’abbondante quantità di luce solare, una condizione che ha favorito una biodiversità fuori scala. Ma quella ricchezza si sta erodendo a un ritmo pesante: negli ultimi ottant’anni lo stato ha perso oltre 67 specie di molluschi e pesci d’acqua dolce a causa dell’estinzione, come documenta il Centro per la biodiversità acquatica dell’Alabama. E il conto non è chiuso: l’U.S. Fish and Wildlife Service ha elencato più di 54 specie come minacciate o in pericolo nelle acque dello stato. L’1 per cento del bilancio, insomma, finanzia la parte più fragile di un patrimonio biologico già in fortissima perdita.

Il buco dei finanziamenti

Se l’1 per cento sembra poco, il quadro degli stanziamenti federali rivela un vuoto strutturale. Attualmente non esiste una fonte di finanziamento dedicata al miglioramento e alla gestione dell’habitat per la fauna non venatoria: lo ha spiegato senza giri di parole Chris Blankenship. Non è una lacuna recente. Nel 1956 il Servizio federale della pesca e della fauna selvatica emanò regolamenti che limitavano l’uso dei fondi del Pittman-Robertson Act a uccelli e mammiferi. In pratica, una larga parte del denaro storico della conservazione è rimasta legata alle specie cacciabili, mentre tutto il resto — molluschi, crostacei, pesci non sportivi — è rimasto senza una voce propria.

Il risultato si misura in cifre. Il programma federale State Wildlife Grants fornisce solo circa 65 milioni di dollari all’anno, divisi tra tutti gli stati e i territori: meno del cinque per cento di quanto servirebbe per attuare in modo davvero significativo i piani di conservazione federale. La National Wildlife Federation, che quantifica questo deficit nazionale, fa notare che il finanziamento della fauna non è basato su quanto minacciate siano le specie. Non paga chi è più a rischio, paga chi ha già un flusso di denaro consolidato. Quando si annuncia un obiettivo di tutela, la domanda resta la stessa: con quali risorse e con che tempi? Il confronto tra caccia e non caccia lascia aperta la questione su chi pagherà per gli habitat.

Il conto alla rovescia per i molluschi

In questo vuoto, la posta in gioco non è locale ma globale. La regione del sud-est degli Stati Uniti, dove si verificano le morie di molluschi, è l’area con la più alta diversità di molluschi d’acqua dolce non solo del Paese ma del mondo, come ricorda Wendell Haag. L’unica iniziativa concreta citata nel quadro è il lavoro del Centro per la biodiversità acquatica: circa 300.000 cozze in più di una dozzina di specie sono state rilasciate nei fiumi dell’Alabama negli ultimi quindici anni. È un intervento minuzioso, di lungo periodo, che prova a rallentare la perdita. Ma mentre le cozze tornano in acqua, resta la domanda: chi finanzierà gli habitat che le tengono in vita?