Il divieto spirituale di Zangbéto ha preservato 500 ettari in un decennio, mentre un progetto FAO-GEF ne copre solo 144

A tre mesi dal reportage di Yale Environment 360, il paradosso resta intatto: 500 ettari di mangrovie sopravvissuti grazie a una divinità, mentre lo Stato ne perdeva quasi un terzo in vent’anni. In Benin il Voodoo sta facendo ciò che le politiche pubbliche non sono riuscite a fare. Lo documenta il video pubblicato da Mongabay lo scorso maggio. Come è possibile? La risposta sta in un divieto che non è scritto in nessuna legge, ma inciso nella credenza Vodun.

Nella credenza Vodun, la divinità Zangbéto vieta il taglio del legno, pena una maledizione. Il risultato è misurabile: in dieci anni più di 500 ettari di mangrovie sono stati preservati grazie a questa pratica spirituale, che protegge ambienti fragili e vitali. Il divieto non è presidiato da guardie forestali né da sanzioni amministrative: è una regola spirituale, e per questo ha retto nel tempo. Non si tratta di un culto marginale: il Vodun è ritenuto esistente almeno dal IV secolo a.C. nell’Africa occidentale ed è praticato da più di 60 milioni di persone nel mondo, sulla base di una connessione tra esseri umani, natura e spiriti che prescrive azioni concrete di protezione ambientale.

La divinità ha già “santificato” otto siti per oltre 500 ettari, secondo la ricostruzione di Voice of America. Il dato va letto accanto a un altro numero: tra il 1995 e il 2015 il Benin ha perso il 29% delle sue mangrovie, come ricordava a luglio un articolo di Mongabay. La divinità ha fatto in dieci anni, su una porzione di territorio, quello che le politiche pubbliche non sono riuscite a fare sull’insieme. Ma questa efficacia spirituale regge il confronto con gli strumenti ufficiali di conservazione?

Il culto contro il progetto

La domanda non è retorica: i numeri ufficiali raccontano un confronto impietoso. Il progetto finanziato da FAO e GEF copre diciotto siti per un totale di 144 ettari, come indicato da FAO. Meno di un terzo della superficie che il solo divieto spirituale di Zangbéto ha preservato. Il confronto è ancora più netto se si considera che il progetto FAO-GEF ha richiesto finanziamenti, personale e una struttura di gestione, mentre il divieto spirituale si regge su una regola comunitaria. Eppure il riconoscimento ufficiale del Voodoo è arrivato solo nel gennaio 1996, quando il governo del Benin ha inaugurato la Giornata Nazionale del Voodoo, dando alla religione praticata dal 65% dei 5,4 milioni di beninesi un posto accanto a cristianesimo e islam, come riportava il Seattle Times. Oggi, a distanza di trent’anni da quel riconoscimento, il divieto spirituale continua a produrre risultati, ma resta ai margini delle strategie climatiche. Ma se il sacro funziona, perché l’adattamento climatico continua a ignorarlo?

La conoscenza che l’IPCC cita ma non usa

La risposta è già scritta nei rapporti dell’IPCC, ma non nelle politiche. Già nel 2014, secondo l’IPCC, le conoscenze indigene, locali e tradizionali — inclusa la visione olistica delle comunità e dell’ambiente — sono una risorsa importante per l’adattamento ai cambiamenti climatici, ma non sono state utilizzate in modo coerente negli sforzi esistenti. L’IPCC aggiungeva che integrare queste forme di conoscenza con le pratiche esistenti aumenta l’efficacia dell’adattamento, come sintetizza l’UNESCO. Il riconoscimento scientifico c’è, quindi. L’attuazione no. E la domanda resta aperta: cosa succederà quando la pressione economica renderà il tabù insufficiente?

Il Voodoo ha già dimostrato di saper proteggere le mangrovie. Ora la domanda è se le politiche climatiche sapranno imparare da un tabù, o se continueranno a finanziare progetti che perdono la sfida contro un dio. Nel frattempo, le foreste sacre stanno diventando sempre più importanti come riserve di biodiversità, come nota Yale Environment 360. Ma il riconoscimento scientifico non basta: serve capire con quali risorse e con che tempi quel tabù può entrare nelle strategie ufficiali, prima che la pressione economica lo renda insufficiente.