Il biometano da rifiuti copre parte del consumo europeo, ma il vero potenziale di crescita è nei Paesi emergenti.
Nel 2025, nell’Unione europea, biogas e biometano hanno evitato importazioni di combustibili convenzionali per circa 6 miliardi di dollari. Non è una cifra che trovate in bolletta, ma racconta qualcosa di concreto: una parte del gas che consumiamo non è arrivata dall’estero, perché è stata prodotta da rifiuti, scarti e residui. E se quei rifiuti potessero fare molto di più? Secondo il nuovo strumento dell’IEA che mappa il potenziale globale, la risposta è sì: quasi 900 miliardi di metri cubi di biogas potrebbero essere prodotti in modo sostenibile ogni anno, abbastanza da coprire oltre il 20% della domanda mondiale di gas naturale.
Il risparmio c’è già, anche se non si vede in bolletta
Quei 6 miliardi di dollari evitati nel 2025 non nascono da un singolo impianto: l’Unione europea è il primo produttore mondiale di biogas e biometano, con quasi 20 miliardi di metri cubi equivalenti di gas naturale prodotti l’anno scorso. L’effetto non compare come voce separata in bolletta, ma si traduce in una minore dipendenza dai prezzi internazionali del gas, quelli che si muovono quando le forniture si complicano.
Il salto rispetto al passato è netto. Già nel 2018, la produzione globale di biogas e biometano era di circa 35 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Da allora la crescita è stata significativa, spinta dall’idea semplice che gli scarti non sono un costo, ma una risorsa. Ma se in Europa il risparmio è misurabile, il potenziale per moltiplicarlo è altrove.
Il paradosso del potenziale: è dove c’è meno gas
La parte più interessante di questo potenziale è dove si trova: più del 70% è nelle economie emergenti e in via di sviluppo, guidate da India, Brasile e Cina. Le stime del report IEA erano ancora più nette: l’80% del potenziale sostenibile per produrre biogas si trova in questi Paesi.
Qui si vede il paradosso. Il potenziale dell’India, per esempio, è maggiore del suo consumo attuale di gas naturale: in teoria potrebbe produrre più gas di quanto ne usi oggi, partendo dagli scarti. Non parliamo di coltivare di più, ma di usare meglio ciò che già esiste: rifiuti urbani, residui agricoli, reflui.
Per capire dove costruire gli impianti, l’IEA ha messo a punto il modello BioGRAM, che identifica i siti potenziali per i digestori anaerobici vicino alle fonti di biomassa, tenendo conto di infrastrutture come gasdotti e strade e includendo solo le materie prime che non competono con la produzione di cibo o foraggio. È un criterio importante: se la transizione energetica si facesse rubando terra ai campi coltivati, il vantaggio si trasformerebbe in un problema.
Obiettivi al 2035 e il vincolo dei terreni
Dopo aver visto dove sta il potenziale, servono obiettivi e paletti. A Belém, la COP30 ha lanciato l’impegno di quadruplicare i combustibili sostenibili. Per l’IEA, un traguardo ambizioso ma raggiungibile è quadruplicare la produzione globale di biogas da rifiuti fino a quasi 6 EJ entro il 2035, ottenendo risparmi di emissioni di circa 0,5 gigatonnellate di CO2 equivalente all’anno.
Anche l’Europa ha fissato il suo obiettivo: l’Unione europea punta a produrre 35 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030, con un investimento stimato di 37 miliardi di euro. È un numero concreto, che dà un’idea di come si muoveranno incentivi, impianti e mercato nei prossimi anni.
Resta un vincolo preciso. Secondo l’IEA, l’espansione dei biocarburanti non dovrebbe aumentare ulteriormente l’uso dei terreni coltivati: la biomassa basata su rifiuti e residui offre potenzialmente un percorso più sostenibile rispetto alle materie prime coltivate su terreni dedicati. In altre parole, la partita non è trasformare la transizione energetica in un nuovo consumo di suolo, ma far rendere meglio gli scarti che già abbiamo.
Il quadro che ne esce è più sobrio di molte promesse: il biometano non è né una soluzione miracolosa né una moda, ma una leva concreta che tocca insieme rifiuti, bollette e uso del suolo. Famiglie e imprese possono aspettarsi che la crescita passi da scarti e residui, non dai campi coltivati, con meno esposizione alla volatilità delle importazioni e una traiettoria verificabile verso il 2035.




