Solo a luglio il Mase ha approvato 819 MW di accumulatori, ma permessi e cantieri restano la variabile decisiva.

Ottocentodiciannove megawatt in trenta giorni. Nell’Italia del 2026 non è una centrale, ma la potenza in batterie autorizzata lo scorso luglio. Un numero da record che solleva una domanda scomoda: quanto di questa capacità sarà davvero in rete prima della scadenza del 2028? Secondo i dati raccolti da QualEnergia, nel solo mese di luglio il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha autorizzato 819 MW di progetti di batterie.

Non è un episodio isolato. Nei primi sette mesi del 2026 in Italia sono stati autorizzati oltre 2,7 GW di sistemi di accumulo elettrochimico. La composizione di luglio è varia: sette progetti di Bess e una singola iniziativa di pompaggio idroelettrico. Il ritmo è sostenuto anche in prospettiva storica. Già nell’agosto del 2025, tra il 7 e l’11 agosto, il Mase aveva autorizzato più di 1 GW di nuova capacità BESS; in quell’occasione era arrivato il via libera anche al progetto Roverella da 160 MW nel comune di Tuscania. Il confronto tra quelle settimane e il luglio 2026 mostra una costante: le autorizzazioni arrivano a blocchi, spesso concentrate in poche settimane. A giugno, secondo pv-magazine, erano stati autorizzati circa 1,1 GW in dieci autorizzazioni. E a fine luglio il Mase era arrivato a contare complessivamente 2.083 MW di accumulo BESS autorizzati nel mese.

Ma autorizzare non significa costruire. Tra un permesso firmato e un impianto che risponde davvero alle richieste della rete passano anni. E gli anni, in questa partita, sono la variabile che non si può comprimere per decreto. Il permesso è il punto di partenza, non il traguardo.

La distanza tra permessi e rete

L’obiettivo dichiarato è ambizioso. L’Italia punta a 15 GW di capacità BESS entro il 2030 per mantenere la sicurezza dell’approvvigionamento. Se si guarda solo ai numeri autorizzativi, la traiettoria sembra in linea: 2,7 GW nei primi sette mesi del 2026, con una media mensile che proietterebbe il Paese ben oltre il target decennale già nel giro di pochi anni. Le autorizzazioni, insomma, non sono il collo di bottiglia.

Il problema è un altro. La prima asta MACSE, tenuta il 1° ottobre 2025, ha procurato 10 GWh di capacità con contratti di 15 anni per la consegna nel 2028. Tre anni tra l’assegnazione e la consegna. Dieci gigawattora sono una quota rilevante della futura capacità italiana, ma il calendario è la vera variabile. Se anche tutti i progetti autorizzati in questi mesi arrivassero a realizzazione, il tempo tecnico per costruire, collegare e rendere operativa la capacità non si comprime per decreto. Il MACSE, va ricordato, è uno strumento di lungo periodo: i contratti quindicennali spostano la verifica reale oltre l’orizzonte di una singola tornata autorizzativa. Chi vince l’asta ha la certezza del contratto, non la scorciatoia sui tempi di cantiere.

La questione non è se l’Italia riuscirà a mantenere il ritmo delle autorizzazioni. La questione è se riuscirà a trasformare questa corsa sulla carta in capacità operativa. E qui i tempi si allungano, per motivi che non dipendono dai ministeri: cantieri, connessioni alla rete, collaudi, colli di bottiglia nella catena di fornitura. Il divario tra permessi e consegna, tra annunci e rete, è il vero banco di prova.

Chi resta in attesa

In questo solco si muovono gli sviluppatori che hanno già progetti pronti a partire. FRV, per esempio, sta sviluppando in Italia più di 2.900 MW (11.000 MWh) di sistemi di accumulo a batteria, che dovrebbero raggiungere lo stato “Ready to Build” tra il 2026 e il 2029. Anche qui il calendario è esplicito: la pipeline si allunga fino al 2029, oltre la prima consegna MACSE del 2028.

Per imprese e cittadini il punto è semplice. Senza un quadro di aste chiaro e prevedibile, quei 2.900 MW rischiano di restare sulla carta. Un progetto “Ready to Build” è pronto per il cantiere, non ancora collegato alla rete. La domanda non è quanti megawatt l’Italia autorizza, ma quanti arriveranno davvero in rete prima del 2028.