Gli accordi Frontier coprono solo poche decine di migliaia di tonnellate, ma il clima richiede 8,75 gigatonnellate entro il 2050.

Venti milioni di dollari per 45.500 tonnellate di CO₂ entro il 2028; 26,6 milioni di dollari per 26.900 tonnellate entro il 2030. I contratti annunciati da Frontier raccontano, più di molte promesse, la scala reale del mercato della rimozione di anidride carbonica. A fare da cornice è l’analisi del Brookings Institution, firmata il 14 maggio 2026 da Derik Broekhoff, Aidan Conley e Sanjay Patnaik e diffusa in un documento il 14 luglio 2026.

Frontier paga: i numeri dei primi contratti

Il primo accordo riguarda CarbonCapture: gli acquirenti di Frontier pagheranno a CarbonCapture 20,0 milioni di dollari per rimuovere in modo permanente 45.500 tonnellate di CO₂ entro il 2028. Il secondo riguarda Heirloom: 26,6 milioni di dollari per rimuovere 26.900 tonnellate di CO₂ entro il 2030 dal suo prossimo impianto commerciale.

Si parla di volumi che si misurano in decine di migliaia di tonnellate, non in miliardi. Sono acquisti pluriennali, con scadenze che arrivano fino al 2030, e riguardano impianti commerciali o in via di realizzazione. La CDR, almeno in questa fase, muove ancora quantità piccole, e per di più acquistate con anni di anticipo rispetto alla consegna effettiva della rimozione.

Da 2,2 a 8,75 gigatonnellate: il quadruplo necessario

Per capire quanto siano piccoli quei numeri, servono le stime della National Academy of Sciences: secondo le stime della National Academy of Sciences, per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi servirà scalare la CDR fino a 10 gigatonnellate all’anno entro il 2050 e 20 gigatonnellate all’anno entro il 2100.

Un rapporto sullo stato della CDR, ripreso da Carbon Brief, stima che la rimozione globale dovrebbe aumentare di quattro volte: da 2,2 GtCO₂ nel 2026 a 8,75 GtCO₂ entro il 2050, per avere una possibilità di centrare l’obiettivo di 1,5°C entro il 2100. In altri termini, tra la CDR già in campo e quella richiesta dagli scenari climatici c’è un fattore quattro, e il punto di partenza è già nell’ordine delle gigatonnellate.

Il confronto con i contratti di Frontier è impietoso: da una parte si ragiona in 45.500 e 26.900 tonnellate; dall’altra, in gigatonnellate all’anno. Il divario non è una semplice crescita marginale: è un salto di scala che riguarda impianti, infrastrutture, consumo di energia e costi di conferimento.

Un mercato che prende forma, ma non basta

Dietro i numeri c’è però un mercato che si sta organizzando. L’articolo firmato a maggio da Broekhoff, Conley e Patnaik e il documento pubblicato il 14 luglio 2026 danno un quadro istituzionale alla CDR e alla cattura della CO₂, collocando questi strumenti nel contesto del cambiamento climatico. Il fatto che Brookings dedichi un’analisi al tema, e che Frontier abbia già contratti pluriennali con due fornitori, indica che la rimozione permanente sta uscendo dalla fase puramente speculativa.

Ma i numeri frenano gli entusiasmi. I volumi contrattati sono minuscoli rispetto alle gigatonnellate richieste dagli scenari dell’Accordo di Parigi, e il costo unitario resta altissimo. Per chi installa o gestisce impianti di rimozione, il trade-off è netto: da un lato c’è un mercato nascente che comincia a pagare, dall’altro una scala necessaria ancora lontanissima dai volumi attuali. I contratti di Frontier sono un inizio, non una soluzione. Resta aperta una domanda: stiamo finanziando impianti o illusioni di scala?