I fondi verdi per il clima arrivano come prestiti, non come aiuti, aggravando il debito dei paesi più fragili
Ristrutturare casa per tagliare le bollette è un’impresa se la banca ti propone solo prestiti a tassi da capogiro. Immagina di doverlo fare per un intero paese in via di sviluppo, dove i fondi verdi promessi arrivano con lo stesso meccanismo: debiti, non aiuti.
È più o meno quello che sta accadendo con l’obiettivo climatico fissato dalle Nazioni Unite, come racconta Inside Climate News: far arrivare 1.300 miliardi di dollari all’anno ai paesi in via di sviluppo entro il 2035 per mitigare e adattarsi ai cambiamenti del clima. Ma quei soldi, nella realtà, viaggiano quasi sempre attraverso prestiti, non donazioni. E mentre i bisogni crescono, gli aiuti veri si stanno ritirando.
La trappola del debito verde
L’obiettivo non è uscito dal nulla: lo hanno sancito i vertici ONU sul clima di Baku (COP29) lo scorso novembre 2025 e sarà rilanciato alla COP30 di Belém. Ma i numeri raccontano che già oggi, per avvicinare quella cifra, i paesi più fragili devono indebitarsi. Nel 2024, quasi il 70 per cento della finanza climatica internazionale era costituito da prestiti, non da contributi a fondo perduto. Significa che, per ogni euro ricevuto per installare pannelli solari o mettere in sicurezza una costa dall’erosione, quei paesi restituiranno capitale e interessi, aggiungendo un fardello a economie già sotto pressione.
Il conto della transizione
I numeri sono impietosi. Per allinearsi agli impegni dell’Accordo di Parigi e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, i paesi emergenti e in via di sviluppo (esclusa la Cina) avranno bisogno di 3.200 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, secondo un rapporto appena pubblicato dal Grantham Institute della London School of Economics. La cifra messa sul tavolo dalle Nazioni Unite, 1.300 miliardi, copre meno della metà del fabbisogno stimato. E non è tutto: quei 1.300 miliardi devono essere “mobilitati” ogni anno entro dieci anni, ma lo strumento con cui si prova a raggiungerli oggi è dominato proprio dai prestiti che abbiamo visto.
In più, il contesto peggiora. Mentre gli Stati Uniti si ritirano dagli aiuti internazionali, i finanziamenti allo sviluppo si stanno prosciugando, ha spiegato Reimund Schwarze dell’Helmholtz Centre for Environmental Research. Le istituzioni come la Banca Mondiale non stanno compensando la differenza. Il risultato è che il motore della finanza per il clima gira sempre più al minimo, mentre le necessità salgono. Senza un cambiamento di rotta, l’obiettivo di 1.300 miliardi rischia di rimanere una promessa su carta, buona per i comunicati stampa ma incapace di far scendere davvero le emissioni o di proteggere chi è più esposto.
Brasile e Messico, due gocce nel mare
Per capire quanto siamo lontani, basta guardare a due grandi economie emergenti: Brasile e Messico. Lo scorso 22 giugno 2024, il Climate Investment Funds ha annunciato impegni da 250 milioni di dollari ciascuno per finanziare progetti verdi nei due paesi. Cinquecento milioni in tutto: una goccia nell’oceano se paragonata ai 3.200 miliardi all’anno di cui avrebbero bisogno tutti i paesi in via di sviluppo. E il rischio che anche quei pochi fondi spariscano è reale, perché con il disimpegno statunitense e la predominanza dei prestiti, le nuove iniezioni di capitale scarseggiano.
Prima di parlare di transizione, forse dovremmo chiederci se abbiamo davvero acceso il mutuo. Perché senza finanziamenti veri, il clima non aspetta.




