La legge 2200 del 2022 avrebbe trasformato in municipi territori a stragrande maggioranza indigena senza interpellare le comunità

Tra il 78,4% e il 97%: è la quota di popolazione indigena nelle aree non municipalizzate di Amazonas, Guainía e Vaupés, secondo i dati del DANE. Sono territori dentro i dipartimenti ma fuori da qualsiasi municipio, dove la quasi totalità degli abitanti appartiene a comunità indigene. Eppure, quando il Congresso colombiano approvò la legge che avrebbe trasformato quelle aree in municipi, nessuno chiese il loro parere. A fermare quella scorciatoia è stata la Corte Costituzionale, che nel marzo 2023 con la sentenza C-054 del 2023 ha dichiarato ineseguibili gli articoli 6 e 151 della Legge 2200 del 2022 per aver omesso la consulta previa alle comunità indigene.

La sentenza che smonta la scorciatoia

La Legge 2200 del 2022 prevedeva la possibilità di trasformare le aree non municipalizzate in municipi. L’articolo 151, in particolare, fissava per le entità competenti un termine massimo di sei mesi per realizzare la consulta previa, decorrente dalla comunicazione del progetto di ordinanza da parte dell’Assemblea dipartimentale o del dipartimento.

Il paradosso è tutto qui. Una legge che riorganizzava territori a stragrande maggioranza indigeni includeva un riferimento alla consulta, ma la collocava dopo la decisione, non prima: un adempimento da comprimere in sei mesi, non uno spazio reale di partecipazione. La Corte ha dichiarato i due articoli ineseguibili per l’omissione della consulta previa alle comunità indigene: non un dettaglio procedurale, ma una violazione del diritto alla partecipazione.

Aree non municipalizzate: una geografia sospesa

Per capire il peso della sentenza, bisogna guardare alla geografia amministrativa che la Colombia ha ereditato. Le aree non municipalizzate — una volta chiamate “corregimientos departamentales” — sono entità che non rientrano nella logica territoriale stabilita dalla Costituzione: non appartengono ad alcun municipio e non soddisfano i requisiti legali per diventarlo, in particolare quelli di popolazione e risorse. La loro eventuale trasformazione in municipi non era quindi un semplice atto amministrativo. Questa geografia sospesa è il terreno su cui si gioca la vera partita: quella della legge organica per le entità territoriali indigene.

Il mandato aperto: chi vince, chi perde, cosa resta da fare

La Corte non si è limitata a demolire: ha costruito un obbligo. La sentenza C-054 del 2023 ha annullato due articoli che permettevano di convertire queste aree in municipi e di farle amministrare dai governatori dipartimentali. A perdere sono soprattutto questi ultimi, che vedevano in quella trasformazione un’estensione del loro controllo territoriale; e con loro la logica municipale, che avrebbe assimilato le aree non municipalizzate a entità ordinarie, ignorandone la specificità indigena. A vincere sono le comunità indigene e il diritto alla consulta previa, riconosciuto come presupposto non negoziabile di qualsiasi riorganizzazione territoriale.

Ma la parte più rilevante della sentenza è un’altra. La Corte ha esortato il Governo nazionale e il Congresso a promuovere, elaborare ed emanare, nel minor tempo possibile, la legge organica per la conformazione delle entità territoriali indigene, nei termini previsti dalla Costituzione e con obbligo di consulta previa. Non si tratta di un suggerimento: è un mandato che la Costituzione aveva già previsto. La sentenza ha reso esplicito il vuoto normativo, ma non ha potuto colmarlo.

A distanza di più di tre anni dalla sentenza, resta la domanda: il legislatore ha risposto? La Corte ha indicato la strada, ma non può percorrerla al posto del legislatore. Nel frattempo, le aree non municipalizzate restano in una condizione giuridica sospesa: non più semplici corregimientos dipartimentali, ma nemmeno municipi, e nemmeno entità territoriali indigene pienamente riconosciute. La domanda che resta aperta è politica, più che giuridica: quando la volontà politica incontrerà il diritto alla consulta?