Bruxelles punta all’autonomia nelle materie prime rare, ma i progetti interni non bastano alla domanda crescente.

Il punto di partenza è un paradosso numerico. Entro il 2030 l’Unione europea avrà bisogno di sei volte più terre rare e di dodici volte più litio rispetto a oggi. Nello stesso arco di tempo, la Cina controlla il 60% della produzione globale di terre rare e il 90% della raffinazione. In mezzo c’è una strategia che promette di ridurre la dipendenza, pubblicata lo scorso 13 luglio, e che secondo l’analisi pubblicata da QualEnergia rischia di entrare in un vicolo cieco, senza riuscire a ridurre la dipendenza dalle importazioni da paesi terzi, in particolare dalla Cina.

Detto altrimenti: l’Europa che pianifica la transizione energetica dipende, per le tecnologie che dovrebbero realizzarla, dal paese da cui la strategia dichiara di volersi affrancare. Non è un dettaglio. Batterie, magneti permanenti per le turbine eoliche, componenti elettronici: tutto passa da litio, cobalto e terre rare, materie prime critiche su cui Bruxelles non ha il controllo.

Il miraggio dell’autonomia

Secondo le stime della Commissione europea, la domanda dell’UE di metalli delle terre rare dovrebbe aumentare di sei volte entro il 2030 e di sette volte entro il 2050; per il litio l’aumento previsto è di dodici volte entro il 2030 e di ventuno volte entro il 2050. La quota che la Cina controlla — il 60% della produzione e il 90% della raffinazione — è il dato di fondo su cui si gioca la partita: la raffinazione, in particolare, è il passaggio industriale in cui la materia prima grezza diventa utilizzabile.

La strategia pubblicata a luglio dichiara l’obiettivo di rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Ma tra l’annuncio politico, l’atto vincolante e l’attuazione reale c’è un fosso, e i numeri lo mostrano. Secondo il think tank Bruegel, i progetti strategici del CRMA, il regolamento europeo sulle materie prime critiche, difficilmente raggiungeranno gli obiettivi di autosufficienza dell’UE entro il 2030. In altre parole: la domanda esplode, la dipendenza resta intatta e gli strumenti interni non basteranno.

La Cina, del resto, ha già mostrato di saper usare le forniture come leva. Ha imposto controlli sulle esportazioni di terre rare fin dal 2009 e poi nel 2012, e controlli su minerali critici e prodotti correlati dal 2023 e dal 2025. Non è una minaccia ipotetica: è una sequenza di decisioni concrete che hanno già modificato i flussi commerciali globali, e che rendono il punto di partenza — produrre in Europa, raffinare in Europa — ancora più lontano.

La concorrenza non aspetta l’Europa

Se la strategia interna è debole, il fronte esterno non è più rassicurante. L’Unione deve affrontare una crescente concorrenza da parte di Giappone e Stati Uniti, che stanno attivamente assicurando l’approvvigionamento di materie prime critiche attraverso partenariati con paesi terzi e investimenti domestici. La Cina, dal canto suo, ha introdotto due ondate di controlli sulle esportazioni di terre rare ad aprile e ottobre del 2025, citando interessi di sicurezza nazionale; la seconda ondata è stata sospesa fino al prossimo novembre 2026.

Washington ha proposto prezzi minimi per i minerali critici. Il suggerimento del Bruegel all’UE è di impegnarsi con cautela, preferendo accordi bilaterali di acquisto e cooperazione plurilaterale con i paesi fornitori in via di sviluppo. L’ironia è questa: mentre Stati Uniti e Giappone agiscono, Bruxelles valuta. La cautela può essere prudenza, oppure lentezza. Dipende da quanto tempo resta.

L’unico strumento efficace? Gli accordi commerciali

Di fronte a questa accelerazione globale, quale strumento ha funzionato davvero per l’UE? I dati indicano una risposta: le disposizioni degli accordi commerciali. Secondo il Bruegel, sono state lo strumento esterno più efficace dell’Unione, portando a significativi aumenti delle esportazioni di materie prime critiche verso l’Europa. Non la produzione interna, non i progetti strategici: la leva commerciale ha fatto la differenza finora.

Resta la domanda con cui si era aperto il paradosso. Riuscirà Bruxelles a trasformare la strategia in azione prima che sia troppo tardi? Per le imprese che programmano gli approvvigionamenti con anni di anticipo, e per i cittadini che sostengono i costi della transizione, la risposta non è un dettaglio. Senza materie prime, gli obiettivi climatici restano retorica.