Un ritmo di rimozioni senza precedenti solleva dubbi sulla tenuta dei criteri di protezione
Quaranta specie sono state rimosse dalla lista dell’Endangered Species Act dal 2017 a oggi. L’ultima, stando al comunicato dello U.S. Fish and Wildlife Service, è il northeastern bulrush, una canna di palude che all’apparenza sembra modesta ma che possiede una dote straordinaria: può sparire sottoterra per anni, anche un decennio, e riemergere quando l’ambiente torna favorevole. Lo scorso 9 giugno il Servizio ha dichiarato concluso il suo periodo di protezione, celebrando una storia di recupero. Eppure, dietro la retorica del successo, resta una domanda scomoda: stiamo assistendo a veri recuperi o a un progressivo allentamento dello strumento legislativo che per mezzo secolo ha tutelato la biodiversità americana?
La pianta che emerge dalle tenebre
Per capire il paradosso conviene partire proprio dal bulrush. Nel 1991, quando la specie fu inserita nell’elenco delle piante in pericolo, si conoscevano soltanto 13 popolazioni, distribuite in sei stati. Oggi, a distanza di oltre tre decenni, il Servizio ne conta 148 in otto stati: Maryland, Massachusetts, New Hampshire, New York, Pennsylvania, Vermont, Virginia e West Virginia. Un incremento di oltre undici volte che, sulla carta, rappresenta un indiscutibile successo della conservazione.
Ma il bulrush non è una pianta qualunque. La sua biologia sfugge alle logiche ordinarie del monitoraggio: può rimanere dormiente sottoterra per molti anni, riaffiorando solo quando le condizioni idriche e di disturbo del suolo lo consentono. Gli ecologi la chiamano “specie effimera perenne”, perché a tratti scompare dalla superficie senza tuttavia estinguersi. È una strategia evolutiva che rende la conta delle popolazioni un esercizio delicato: il numero reale di nuclei vitali potrebbe essere maggiore di quello osservato, ma anche minore, e periodi avversi potrebbero mascherare un declino in corso. Proprio questa plasticità ha accompagnato il bulrush dalla quasi scomparsa degli anni Novanta alla celebrazione odierna. E, in controluce, suggerisce che il confine tra recupero e semplice fluttuazione naturale può essere più labile di quanto i freddi numeri facciano credere.
Quaranta addii
Il caso del bulrush, tuttavia, è soltanto una tessera di un mosaico molto più ampio e controverso. Dal 20 gennaio 2017, data dell’insediamento del presidente Donald J. Trump, il Fish and Wildlife Service ha cancellato 40 specie dalla lista dell’Endangered Species Act con la motivazione ufficiale dell’avvenuto recupero. Un ritmo che, se confrontato con i decenni precedenti, appare tanto sostenuto da sollevare più di un sopracciglio tra gli addetti ai lavori.
L’Endangered Species Act, firmato nel 1973, è notoriamente uno strumento potente: obbliga le agenzie federali a designare habitat critici, a preparare piani di recupero e a valutare ogni azione che possa danneggiare le specie protette. La rimozione dalla lista rappresenta l’obiettivo dichiarato della legge, il segno che la protezione ha funzionato. Tuttavia, il processo è tutt’altro che automatico. Richiede dati di popolazione affidabili, modelli di minaccia aggiornati e la dimostrazione che i fattori che avevano causato il declino siano stati rimossi o adeguatamente mitigati. Il Servizio, stando al suo stesso comunicato, ha applicato questi criteri al bulrush e a tutte le altre specie delisting, ma il concentrarsi di ben 40 casi in meno di un decennio – un’amministrazione che ha apertamente premuto per sfoltire i vincoli ambientali e accelerare le procedure autorizzative – rende legittima una domanda: l’asticella della protezione è rimasta ferma, oppure è stata progressivamente abbassata?
Non c’è, nel comunicato, traccia delle risorse finanziarie o umane destinate alla verifica a lungo termine. Non ci sono dettagli sui piani di monitoraggio post-delisting, che per legge dovrebbero durare almeno cinque anni. E la cronaca recente insegna che le specie declassate possono tornare rapidamente a precipitare se gli strumenti di tutela vengono meno. Il bulrush, con la sua attitudine a scomparire e ricomparire, è un esempio perfetto: una sequenza di anni favorevoli può gonfiare le popolazioni visibili, mentre un periodo di siccità o di urbanizzazione potrebbe azzerarle in silenzio, senza che nessuno se ne accorga prima del prossimo censimento.
Un conto in sospeso
E allora viene da chiedersi: cosa succederà quando le condizioni cambieranno? Il cambiamento climatico sta alterando i regimi delle piogge e la temperatura degli habitat del bulrush lungo la costa atlantica. L’espansione urbana e le pratiche forestali continuano a erodere gli ambienti umidi di cui la pianta ha bisogno. Il delisting non significa abbandono, ma il passaggio da una protezione stringente a una rete di garanzie più rarefatta. In assenza di risorse certe per il monitoraggio, il rischio è che la resilienza della natura venga usata come alibi per abbassare la guardia legislativa, confondendo un’oscillazione demografica con un recupero strutturale.
Il northeastern bulrush non ha fatto promesse. Si è nascosto quando era il caso, è riemerso quando ha potuto. Le quaranta specie rimosse dalla lista dal 2017 raccontano una storia diversa: quella di un’amministrazione che ha voluto lasciare il segno sui libri contabili della biodiversità. Se il conto tornerà oppure no, lo scopriremo soltanto quando le condizioni cambieranno di nuovo. Per ora, la risposta resta sepolta sottoterra, in attesa di tempi migliori.




