La certificazione volontaria BPA+ mappa le piantagioni amazzoniche, mentre il regolamento europeo obbligatorio attende l’applicazione piena per il 2026
Trentaquattro virgola cinque tonnellate di caffè organico amazzonico, mappate geograficamente e verificate da terzi. È il dato tecnico con cui il Governo dell’Ecuador, il PNUD e Lavazza hanno accompagnato l’annuncio dell’alleanza per un caffè libero da deforestazione, già a fine settembre 2024, alla vigilia della Giornata internazionale del caffè. Un volume da poche decine di container: il numero interessante non è la quantità, ma il protocollo di verifica che sta dietro — e la contraddizione politica che lo accompagna.
La certificazione si chiama BPA+ — Buenas Prácticas Agrícolas y libres de deforestación. Sotto la sigla c’è un meccanismo preciso: studi geo-spaziali integrali e verifica da parte di terzi indipendenti per garantire che la produzione di caffè rispetti i più alti standard di integrità ambientale. Non è una certificazione generica sulla sostenibilità: è una dimostrazione tecnica, basata su coordinate geografiche e su una verifica indipendente, che quel caffè non ha contribuito alla deforestazione. La differenza tra una promessa e una prova sta tutta qui.
La promessa: mappare ogni chicco
Il progetto non nasce dal nulla. Il Ministero dell’Agricoltura (MAG), Agrocalidad, il Ministero dell’Ambiente (MAATE), il PNUD e Lavazza lavorano insieme dal 2019. Già nel novembre 2022, alla COP27 in Egitto, l’Ecuador aveva lanciato lo schema nazionale di certificazione senza deforestazione per caffè e cacao. In quel contesto, Lavazza era l’unica azienda di caffè coinvolta fin dall’inizio, come ha dichiarato Mario Cerutti. Era una posizione di vantaggio tecnico che nessun altro grande torrefattore ha condiviso per anni.
La parte commerciale passa da FAPECAFES, una federazione che rappresenta più di 1.800 famiglie della regione meridionale dell’Amazzonia ecuadoriana. È con questa rete che Lavazza ha assicurato gli accordi commerciali per esportare le 34,5 tonnellate di caffè coltivato sotto pratiche sostenibili e senza deforestazione. Il meccanismo è chiaro: la BPA+ funge da prova documentale, il lotto viene geolocalizzato, e il caffè esportato porta con sé una garanzia verificata da terzi, non una semplice dichiarazione. Per un piccolo produttore che vende a un torrefattore europeo, questa è la differenza tra restare sul mercato o uscirne.
Il limite: la lobby che rallenta l’EUDR
Se la BPA+ è lo standard volontario più avanzato che l’Ecuador ha in campo, la regolamentazione obbligatoria europea è un’altra storia. Il regolamento UE sulla deforestazione (EUDR) impone a qualsiasi operatore che immetta caffè, cacao o altre commodity sul mercato europeo di dimostrare che i prodotti non provengono da terreni disboscati di recente. In teoria, è esattamente ciò che la BPA+ già esegue su scala volontaria: geolocalizzazione, verifica di terzi, esclusione dei lotti legati alla deforestazione. La differenza è che l’EUDR dovrebbe renderlo obbligatorio per tutti.
In pratica, però, l’obbligo è stato rinviato: per i grandi e medi operatori l’applicazione dell’EUDR è stata posticipata al 30 dicembre 2026 — tra poco più di quattro mesi, e quel requisito non è ancora in vigore. Ed è qui che la storia si complica. Lavazza, che in Ecuador esibisce la certificazione BPA+ come un risultato tecnico di precisione, era allo stesso tempo membro della European Coffee Federation, la lobby del caffè europeo che ha spinto per indebolire e ritardare l’EUDR. Lo ha documentato un commento su Mongabay già nel febbraio 2025.
La tensione è evidente: da un lato un progetto che mappa ogni chicco nel sud dell’Amazzonia ecuadoriana, dall’altro l’appartenenza a un gruppo di pressione che ha lavorato per rinviare l’obbligo europeo di fare esattamente quella mappatura su scala industriale. Il risultato è una credibilità spaccata. La precisione tecnica esibita in Ecuador convive con un’attività politica che la rende meno urgente a Bruxelles.
Sul campo: la prova di Victoria
La contraddizione politica non cancella il lavoro reale. Lo scorso luglio, un reportage di Mongabay ha raccontato la storia di Victoria Alverca Peña, contadina da 25 anni e co-fondatrice di APECAP, un’associazione di piccoli produttori di caffè e cacao nella provincia di Zamora Chinchipe, nell’Amazzonia ecuadoriana. Per chi coltiva, la certificazione non è un adempimento: è la condizione per restare su un mercato che, prima o poi, chiederà quella prova.
La certificazione BPA+ dimostra che è tecnicamente possibile mappare ogni chicco e dimostrarne l’origine. La domanda che resta aperta è se il mercato e la politica saranno all’altezza di quella precisione — o se la mappatura resterà confinata a 34,5 tonnellate di caffè d’eccellenza mentre il resto del flusso continua a passare indisturbato.




