Il divario con Stati Uniti e Cina pesa sull’industria, mentre Bruxelles punta a dimezzare i tempi burocratici per i consumatori
Il paradosso fiscale che frena l’elettrificazione
In molti paesi europei l’elettricità costa circa tre volte il gas. Non è una questione di tecnologia o di efficienza: è una questione di come i due vettori vengono tassati. L’elettricità è spesso tassata più pesantemente del gas naturale, e questo ne aumenta il costo relativo indebolendo gli incentivi per le famiglie a passare all’elettrico per riscaldamento, cucina e acqua calda. Il paradosso è tutto qui: un vettore più adatto alla decarbonizzazione viene tenuto artificialmente caro dal prelievo fiscale. È il nodo che la Commissione europea ha provato a sciogliere con il Piano d’azione per l’elettrificazione, presentato lo scorso 17 luglio.
Il divario competitivo si misura nei numeri all’ingrosso e in quelli industriali. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 i prezzi medi all’ingrosso dell’elettricità nell’Ue sono stati circa 95 USD/MWh, circa il doppio rispetto a Stati Uniti e India. Sul fronte industriale il quadro è altrettanto aspro: sempre nel 2025, i prezzi dell’elettricità industriale nell’Ue sono stati in media oltre il doppio rispetto ai livelli statunitensi e quasi il 50% superiori a quelli della Cina.
La distorsione fiscale ha un costo sociale diretto: la povertà energetica colpisce più di 46 milioni di europei. Il contesto è quello di un Piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili che comprende 8 azioni, molte delle quali già realizzate nel 2025. Ma se il freno è fiscale, la domanda diventa: quali leve ha attivato la Commissione per invertire la rotta?
Dalla tassa all’obiettivo del 46%
La risposta della Commissione non è un semplice sconto in bolletta. La proposta presentata lo scorso 17 luglio punta a garantire che l’elettricità non venga tassata più pesantemente del gas: una correzione di segno opposto rispetto a una prassi che ha reso conveniente bruciare metano. Sul fronte degli obiettivi, il Piano fissa un traguardo europeo di elettrificazione del 46% per il 2040, raddoppiando i tassi attuali.
Il target non nasce nel vuoto. A gennaio 2026 l’Ue ha adottato un regolamento per eliminare gradualmente le importazioni di gas russo, sulla base di una proposta della Commissione. Meno gas in ingresso significa più domanda che deve essere soddisfatta da reti e impianti elettrici: ecco perché il piano del 17 luglio si gioca anche sugli strumenti operativi, non solo sui numeri di lungo periodo.
Sul campo: reti, stoccaggio e 24 ore per cambiare fornitore
Gli obiettivi al 2040 si reggono su strumenti che devono funzionare già nel 2026. A dicembre 2025 la Commissione ha adottato il Grids Package per rafforzare le infrastrutture energetiche dell’Ue; il 26 giugno scorso è stato firmato il primo accordo tripartito Ue sullo stoccaggio energetico; e lo scorso 10 marzo la Commissione aveva pubblicato il Citizens Energy Package. Il dettaglio più concreto riguarda il cambio di fornitore: secondo la Florence School of Regulation, il regolamento adottato lo scorso 14 aprile specifica il processo tecnico per il cambio di fornitore di elettricità, che entro il 2026 non dovrà richiedere più di 24 ore e sarà possibile in qualsiasi giorno lavorativo, come previsto dall’articolo 12, paragrafo 1, della Direttiva sul mercato dell’elettricità.
Il piano, però, non si chiude con un annuncio. Resta aperta la domanda se la correzione fiscale e i tempi operativi — 24 ore per cambiare fornitore, reti rafforzate, stoccaggio coordinato — basteranno a colmare il gap competitivo con Stati Uniti, India e Cina nei prossimi anni. Perché la partita dell’elettrificazione non si vince solo con i target: si decide sui dettagli fiscali e operativi che determinano il costo reale in bolletta e in cantiere.




