Dalla foresta di Madhupur alle strade di Dhaka, vent’anni di studi etnobotanici non hanno impedito l’abbattimento degli alberi
Il paradosso è in bella vista da quasi due anni. Il 14 dicembre 2024, a Dhaka, gli attivisti scoprivano camion carichi di alberi abbattuti al Parco Panthakunja, dove era prevista una rampa per un cavalcavia. Nello stesso contesto, il Bangladesh Tree Protection Movement emetteva tre richieste, tra cui fermare il riempimento di Hatirjheel e cancellare il tratto della superstrada. Eppure il sapere che avrebbe dovuto proteggere quegli alberi esisteva già da tempo: nel 2007, Pavel Partha firmava uno dei primi studi etnobotanici del Paese, dedicato alla comunità Mandi, e il suo libro sulla biodiversità del Madhupur Sal Forest era uscito prima del 2004. In un’intervista con l’etnobotanico Pavel Partha, pubblicata a luglio, la contraddizione resta intatta: la documentazione c’è, la distruzione pure.
Conoscenza contro ruspe
Partha non è un attivista di professione ma un ricercatore: lo studio del 2007 sulla comunità Mandi è uno dei primi lavori etnobotanici condotti in Bangladesh. Il suo libro Biological Diversity of Madhupur Sal Forest è uscito poco prima del Movimento Anti-Eco-Park di Madhupur, iniziato nel 2004, ed è diventato un documento importante nella protesta contro l’eco-parco. La ragione è semplice: catalogava la biodiversità della foresta e il rapporto della comunità con essa. «Il mio libro è stato pubblicato poco prima del Movimento Anti-Eco-Park, iniziato nel 2004, ed è diventato un documento importante nella protesta contro l’eco-parco perché documentava la biodiversità della foresta e il rapporto della comunità con essa», dice Partha nell’intervista.
Questa è la tensione. La conoscenza indigena entra nel conflitto come prova, non come potere. A Dhaka, il 14 dicembre 2024, la prova non è bastata: al Parco Panthakunja gli attivisti hanno trovato camion carichi di alberi abbattuti, destinati a far posto a una rampa per un cavalcavia. Le tre richieste del movimento — fermare il riempimento di Hatirjheel, cancellare il tratto della superstrada — raccontano un conflitto che non è tecnico, ma politico: chi decide l’uso del suolo e con quali priorità.
Vent’anni separano il libro di Partha dal dicembre 2024. Per vent’anni la biodiversità è stata documentata, citata, usata per resistere. Ma gli alberi hanno continuato a cadere. La domanda non è se la documentazione fosse buona; è chi ha il potere di ignorarla. Un dato catalogato non è un atto vincolante: può sostenere una protesta, ma non fermare una ruspa.
Il conto alle comunità
Se a Dhaka la protesta era urbana, il prezzo più pesante si paga altrove. Come documenta l’Unesco, le comunità indigene del Bangladesh stanno subendo gli impatti del cambiamento climatico prima e più intensamente rispetto a molte altre popolazioni. Non è una condizione astratta: tocca la vita materiale di popolazioni che vivono a stretto contatto con la terra. Le colline delle Chittagong Hill Tracts non sono il parco urbano di Dhaka: lì l’alterazione del clima colpisce più in fretta e con più forza.
Eppure, quando si discute di clima, il dato resta. Per restare all’Unesco, le voci dei giovani indigeni sono spesso assenti dalle discussioni nazionali e locali. Hanno la memoria delle pratiche ancestrali e la visione di una resilienza futura, ma non siedono al tavolo. Il contrasto è netto: il sapere documentato da Partha è stato usato come scudo nelle proteste urbane, mentre le comunità che quel sapere racconta restano fuori dalle decisioni che le riguardano.
In altre parole, la conoscenza indigena è servita da argomento, non da rappresentanza. Si cita la foresta, si dimentica chi la abita.
La sedia vuota
Se le comunità sono colpite per prime e i loro saperi vengono usati come scudo, perché le loro voci non trovano spazio? L’Unesco lo dice con chiarezza: i giovani indigeni hanno sia la memoria delle pratiche ancestrali sia la visione della resilienza futura, ma restano fuori dalle discussioni nazionali e locali sul clima. La documentazione non basta. La memoria della foresta è stata scritta, ma le voci di chi la abita restano fuori dal dibattito: chi le ascolterà prima che l’ultimo albero cada?




