Quattro guardie del corpo per Jani Silva, presidente di una riserva contadina nel Putumayo, non bastano a fermare le minacce

Quattro guardie del corpo, dodici anni, una minaccia di morte al telefono. È la quotidianità di Jani Silva, 63 anni, a Puerto Asís, nel Putumayo, raccontata nello speciale di Mongabay sulle donne difensore dell’Amazzonia colombiana pubblicato a luglio. La Colombia ha un’Unità Nazionale di Protezione che fornisce scorte, eppure continua a guidare una classifica che non premia nessuno: quella degli omicidi di difensori ambientali.

Il record che non è una medaglia

Nel 2024, la Colombia è stata il paese con il maggior numero di uccisioni di difensori ambientali a livello globale per il terzo anno consecutivo, con 48 omicidi su 146 difensori uccisi o spariti nel mondo, secondo Global Witness. In America Latina ne sono stati documentati 117, pari all’82% del totale. Non è un anno isolato: già nel 2023 la Colombia era stata il paese più letale con 79 omicidi, il numero più alto mai registrato da Global Witness in un singolo paese in un anno, in crescita rispetto ai 60 del 2022 e ai 33 del 2021. Dal 2012 al 2023, il paese ha registrato 461 omicidi di difensori ambientali, il dato più alto mai registrato a livello globale.

Detto altrimenti: non è una crisi congiunturale, ma una costante. La Colombia ha costruito un sistema di protezione formale, eppure il conto delle vite continua a crescere. I numeri, però, non dicono chi sono le persone che resistono. Scendiamo nel Putumayo.

Dalla coca alle trote: la resistenza ha un volto di donna

Se i dati raccontano la strage, le biografie raccontano la resistenza. Nel 2024, come documentato da Iñigo Alexander, le donne del Putumayo si dedicano alla piscicoltura allontanandosi dall’industria della coca. Etelvina Ramos è passata da coltivatrice di coca a oppositrice della coltura illegale, come ricostruito da Diana María Pachón. Soraida Chindoy è una guardiana indigena che difende le montagne sacre del Putumayo, secondo Natalia Pedraza Bravo. E Alis Ramírez, difensore dell’Amazzonia colombiana, vive ora come rifugiata in Nuova Zelanda: lo racconta Laila Abu Shihab Vergara.

Sono percorsi diversi, ma con un tratto comune: la difesa del territorio passa per un’economia che non dipende dalla coca. È una transizione concreta, fatta di trote e di montagne da proteggere. Ma è anche una presa di posizione che espone chi la compie a un prezzo specifico.

Scorte, minacce e il genere della violenza

Il caso di Jani Silva è l’emblema del paradosso. Silva è presidente di ADISPA, l’organizzazione che gestisce una riserva contadina nel Putumayo, e insieme alla sua organizzazione ha misure di protezione fornite dall’Unità Nazionale di Protezione, come documentato da Amnesty International. Il 10 settembre 2024, però, una telefonata le ha promesso di farla saltare in aria, auto compresa. Da dodici anni vive a Puerto Asís, vicino al confine con l’Ecuador, con quattro guardie del corpo a tempo pieno, come ricostruito dall’Associated Press. La scorta esiste, ma la minaccia non si ferma.

La violenza contro le donne ambientaliste non è una variante secondaria. Secondo un’analisi del Georgetown Institute for Women, Peace and Security, le donne sono minacciate non solo perché difendono terra e ambiente, ma anche perché sfidano i ruoli di genere tradizionali, respingendo il controllo militarizzato e chiedendo partecipazione politica. Gli attacchi colpiscono famiglia, sessualità, maternità, reputazione e leadership. In altre parole, nessuna scorta può neutralizzare un pericolo che si indirizza al corpo e al ruolo sociale delle donne.

Per Jani Silva e le altre, ogni telefonata può essere l’ultima. La Colombia ha istituzioni, scorte, protocolli. Ma il conto delle vite continua a crescere. La domanda non è quante guardie del corpo servano, ma perché un paese con un’Unità Nazionale di Protezione non riesce a fermare la strage delle sue donne più coraggiose.