La mozione umbra punta a replicare il precedente del Viterbese per fermare un’autorizzazione già consolidata dal silenzio-assenso
Un calo di producibilità del 20%: è questo il dato che il Consiglio regionale dell’Umbria ha trasformato in arma politica per chiedere l’annullamento del parco eolico Phobos. Eppure il TAR, a maggio, aveva già bollato come tardivo il no della Regione. Da che parte tira il vento, adesso? La vicenda, documentata nell’analisi di QualEnergia sul caso Phobos, mostra quanto un parametro tecnico rivisto — la producibilità eolica in calo — possa riaprire partite che sembravano chiuse.
Il -20% che riapre la partita
Per capire la mossa del Consiglio regionale serve partire dal numero che ne ha mosso la macchina politica. Il parco eolico Phobos prevede sette turbine da 6 MW ciascuna, per una potenza complessiva di 42 MW, tra Castel Giorgio e Orvieto, in provincia di Terni. L’ostacolo, adesso, non è la taglia dell’impianto ma un dato anemometrico: la mozione approvata all’unanimità lo scorso 9 luglio chiede al governo nazionale di annullare in autotutela la delibera del Consiglio dei Ministri n.41 del 27 giugno 2023, mettendo a fondamento dati tecnici che mostrano una riduzione di circa il 20% di ventosità e producibilità reale del sito Phobos. Secondo la mozione, questi dati alterano il bilanciamento degli interessi e priverebbero l’opera della sua originaria utilità pubblica.
La producibilità reale è il dato che traduce la ventosità di un sito in energia elettrica effettivamente generabile: se cala, cambia il rendimento economico dell’impianto. Per questo un -20% non è solo una variazione statistica, ma un argomento che la Regione considera dirimente. La Giunta umbra, dal canto suo, chiede di replicare la decisione con cui il Consiglio dei Ministri ha prima approvato e poi bocciato un progetto nel Viterbese: un precedente che in Umbria vorrebbe trasformare in copione.
Ma un dato di ventosità può davvero cancellare una delibera del Consiglio dei Ministri? La risposta sta nel precedente giuridico.
Il paradosso tra TAR e Cdm
Questi numeri non arrivano su un terreno neutro: arrivano dopo una sconfitta giuridica della Regione. Già lo scorso 5 maggio la sentenza del TAR dell’Umbria aveva dichiarato illegittimo il diniego della Regione al progetto Phobos perché tardivo, formando il silenzio-assenso. L’autorizzazione unica per costruire le sette turbine da 6 MW ciascuna — 42 MW complessivi di potenza — è dunque valida.
Il nodo procedurale è tutto qui. Il silenzio-assenso non è una formula burocratica: è il meccanismo per cui, se l’amministrazione non si pronuncia entro i termini di legge, la domanda si intende accolta e il titolo si consolida. Il TAR ha potuto dichiarare illegittimo il diniego perché, arrivato fuori tempo, non poteva più incidere su un’autorizzazione già formata. La Regione, non potendo più fermare l’opera in sede propria, chiede ora al governo di annullare in autotutela la delibera n.41 del 27 giugno 2023, il provvedimento governativo che la mozione considera superato dai dati sopravvenuti. In altre parole, chiede a Palazzo Chigi di fare ciò che il TAR le ha impedito di fare: esercitare un potere di annullamento quando ormai il silenzio-assenso ha consolidato il titolo.
Per dare forza alla richiesta, la Giunta richiama esplicitamente la decisione con cui il Consiglio dei Ministri ha prima approvato e poi bocciato un progetto nel Viterbese, un’inversione quasi unica nel suo genere. Resta aperto il fronte: il Consiglio dei Ministri annullerà in autotutela? E nel frattempo, cosa fa RWE?
Cosa cambia per chi costruisce eolico
Mentre la politica umbra si arrocca, RWE continua a muoversi sul territorio. Il gruppo gestisce 17 parchi eolici onshore in Italia, con una capacità installata complessiva di 598 MW; e sta costruendo i suoi primi impianti Agri-PV su scala commerciale a livello mondiale: Morcone (9,8 MWac) e Acquafredda (9,3 MWac), entrambi in Campania.
Il blocco di un progetto da 42 MW in Umbria può sembrare un episodio locale. Ma per un operatore con 598 MW già in esercizio e una pipeline in costruzione, il vero punto è se la richiesta di annullamento diventi un precedente replicabile. Se una mozione regionale può rimettere in discussione un’autorizzazione formata per silenzio-assenso, il rischio è che ogni nuovo impianto resti esposto a un contenzioso potenzialmente infinito, anche dopo la vittoria davanti al TAR.
Il caso Phobos è meno una questione di vento e più una questione di chi ha l’ultima parola su un’autorizzazione già formata. Per chi sviluppa eolico in Italia, il messaggio è chiaro: anche il silenzio-assenso non chiude mai del tutto la partita.




