L’HSE rifiuta una soglia fissa, puntando sulla valutazione dei rischi aziendali.
Lo scorso 22 maggio, mentre un’allerta sanitaria di calore di livello ambra copriva tutte le regioni dell’Inghilterra, il TUC ha rilanciato la richiesta di una temperatura massima di lavoro per proteggere chi lavora sotto il caldo. Il sindacato britannico chiede che i lavoratori possano fermarsi quando la temperatura supera i 30°C, o 27°C se l’attività è faticosa. Eppure, a distanza di quasi tre mesi, il Regno Unito continua a non avere una temperatura massima legale nei luoghi di lavoro.
Il numero che manca: 30°C, 27°C, 24°C
Il dettaglio tecnico delle soglie proposte dal TUC non è nuovo. Il sindacato chiede da tempo una temperatura interna massima di 30°C per il lavoro ordinario, 27°C per quello faticoso, e soprattutto un obbligo legale per i datori di lavoro di intervenire già a 24°C. La differenza tra 24 e 30 gradi non è una finezza: indica il punto in cui dovrebbero scattare gli interventi attivi — ventilazione, pause, modifica dei turni — e quello in cui il lavoro dovrebbe fermarsi.
L’urgenza non è astratta. Secondo il Met Office e la UK Health Security Agency, nel Regno Unito le quattro ondate di calore dell’estate 2025 hanno tutte fatto scattare allerte ambra per la salute legate al caldo. Poi, nel maggio 2026, nel rapporto A Well-Adapted UK, il Climate Change Committee ha definito il caldo il più grande rischio per la salute legato al clima nel Regno Unito e ha raccomandato l’introduzione di una temperatura massima nei luoghi di lavoro. Il governo, già nell’ottobre 2024, si era impegnato a modernizzare le linee guida di salute e sicurezza con riferimento alle temperature estreme, nel quadro del programma Make Work Pay.
Se il Climate Change Committee definisce il caldo il più grande rischio climatico per la salute nel Regno Unito, perché a Londra quei numeri non sono ancora diventati obbligo?
Il muro HSE: il caldo non è solo meteo
La risposta arriva dall’Health and Safety Executive. Il punto di partenza normativo è secco: nel Regno Unito non esiste una temperatura massima per i luoghi di lavoro. La legge impone ai datori di lavoro di garantire una temperatura “ragionevole”, ma il concetto resta volutamente elastico: non c’è un numero oltre il quale scatta l’obbligo di fermarsi o di intervenire con misure specifiche.
A luglio, l’Health and Safety Executive ha spiegato perché non intende imporre un massimo: il calore eccessivo può essere causato da fattori legati all’attività lavorativa, non solo dal meteo. È un paradosso concreto. Un forno industriale, una fonderia o una cucina professionale possono superare i 30°C anche in pieno inverno; fissare una soglia legata alla temperatura esterna o a un valore assoluto rischierebbe di non cogliere i carichi termici interni, che cambiano drasticamente da reparto a reparto. Il datore di lavoro deve quindi valutare il rischio termico nell’ambito della sua attività, non aspettare un bollettino meteo.
Questa posizione lascia però scoperto un passaggio. Se il caldo è il più grande rischio climatico per la salute, ma non può essere normato con un massimo, cosa resta ai lavoratori? Resta la valutazione del rischio affidata al datore di lavoro e la speranza che la “ragionevolezza” si traduca in azioni concrete: pause, acqua, ventilazione, riorganizzazione dei turni. Ma senza un numero, il confine tra buona gestione e inadempienza è tutto da dimostrare. L’impegno del governo a modernizzare le linee guida, del resto, non equivale a scrivere una soglia nella legge.
Da Madrid a Londra: cosa cambierebbe davvero sul campo
Altrove i numeri esistono già. In Spagna, la temperatura massima per il lavoro sedentario, come quello d’ufficio, è di 27°C, mentre per il lavoro leggero è di 25°C. Sono valori più rigidi di quelli chiesti dal TUC per il Regno Unito, almeno per il lavoro d’ufficio. Ma la differenza vera non sta nei gradi: sta nel fatto che a Madrid la soglia è un obbligo normativo, mentre a Londra resta una raccomandazione, una promessa di legge o un parametro di buona pratica aziendale.
Per chi installa o gestisce ambienti di lavoro, il trade-off è concreto: anticipare le soglie progettando sistemi capaci di mantenere 24-25°C anche nelle ore più calde, oppure aspettare che il legislatore trasformi le raccomandazioni in obblighi. La domanda resta aperta: servono leggi o bastano buone pratiche?
Al di là della retorica, il punto non è l’urgenza del rischio — già definito il più grande per la salute legato al clima — ma chi ha il potere di fermare il lavoro oltre i 30°C e se quel potere resterà nelle mani dei datori di lavoro o diventerà un obbligo. Fino a quel momento, il numero che il TUC ha chiesto lo scorso 22 maggio resta scritto solo in un comunicato.




