Dal 2012 la dispersione è passata dal 37,4% al 42,4%, con un costo stimato di 9,8 miliardi di euro all’anno
A Potenza, su 100 litri immessi nella rete comunale, 71 si perdono prima di arrivare al rubinetto. A Como ne arrivano quasi 91. In mezzo, un Paese che nel 2022 ha disperso il 42,4% dell’acqua potabile — 157 litri al giorno per ogni abitante, secondo Istat. È il quadro che emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi CGIA pubblicata lo scorso 11 luglio. Il dato di Potenza non è un’anomalia isolata, ma la punta estrema di una geografia della dispersione che attraversa tutta la Penisola e che ha un costo economico preciso.
La geografia della dispersione: da Potenza (71%) a Como (9,2%)
Nel 2022 la Basilicata è risultata la regione con la più alta percentuale di perdite idriche, il 65,5% dell’acqua immessa in rete, secondo Istat. Seguono Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%). Sul versante opposto, Lombardia (31,8%), Valle d’Aosta (29,8%) ed Emilia-Romagna (29,7%) sono le aree più virtuose del Paese.
Scendendo ai capoluoghi di provincia, la forbice si allarga ulteriormente. Oltre a Potenza (71,0%), Chieti tocca il 70,4%, L’Aquila il 68,9%, Latina il 67,7% e Cosenza il 66,5%. A Milano le perdite si fermano al 13,4%, a Pordenone al 12,1%, a Monza all’11%, a Pavia al 9,4% e a Como, la città più virtuosa d’Italia, al 9,2%. La tendenza non è nuova: la percentuale di acqua dispersa è passata dal 37,4% del 2012 al 41,4% del 2015, fino al 42,4% del 2022, secondo Istat. Ma questa dispersione non è solo uno spreco ambientale: ha un costo economico preciso che pochi associano all’acqua che esce dai rubinetti.
Il conto dell’inefficienza: 9,8 miliardi e il secondo posto Ue dopo la Romania
Il conto di questa inefficienza non si misura solo in litri. Nel 2022, secondo l’Ufficio Studi CGIA, le perdite idriche in Italia hanno generato un costo economico stimato in 9,8 miliardi di euro: uno spreco che ha prodotto all’anno. La stessa analisi attribuisce il 42% dell’acqua potabile dispersa a una rete di distribuzione ormai palesemente inadeguata.
Il problema non è solo nazionale: per il periodo 2022-2024 l’Italia si è classificata al secondo posto nell’Unione Europea per percentuale di dispersione di acqua potabile, dopo la Romania. E la vulnerabilità è amplificata dal peso dell’agricoltura: nel 2023 il prelievo idrico totale in Italia è stato di 36,5 miliardi di metri cubi, di cui il 49% in capo all’agricoltura (17,5 miliardi), secondo I4C – Italy for Climate. In pratica, quasi un metro cubo su due prelevato serve l’irrigazione, il che rende la dispersione del 42,4% un drenaggio nascosto su una risorsa già contesa tra usi civili, industriali e agricoli.
Dove l’acqua manca davvero: razionamenti al Sud e industria a rischio
I numeri aggregati non rendono giustizia alle disuguaglianze territoriali. Nel 2023 sono state adottate misure di razionamento dell’acqua in un terzo dei capoluoghi di provincia o città metropolitana del Mezzogiorno, secondo Istat. E il problema non riguarda solo il Sud: già nel 2022 più di 6 milioni di persone nel bacino del Po erano soggette a restrizioni sull’uso dell’acqua, come riportato dalla CIMA Foundation.
La crisi colpisce anche le imprese manifatturiere ad alta intensità idrica: estrattivo, tessile, petrolchimico, farmaceutico, ceramica e carta. La domanda non è se intervenire, ma se si interverrà prima che l’acqua diventi il vincolo più duro per famiglie e imprese.
L’acqua che non arriva al rubinetto è un costo che già paghiamo due volte: in bolletta e in mancato sviluppo. Investire nelle reti non è una scelta ambientale, ma economica.




