La responsabilità si sposta dai consumatori ai fornitori di carburante, mentre Bruxelles negozia il quadro per la Fase 5

La vera discontinuità della revisione dell’EU ETS non sta nel numero — il 90% di riduzione netta entro il 2040 — ma in un dettaglio da architetti di sistema: con l’ETS2 saranno i fornitori di carburante, non i consumatori finali, a dover monitorare e dichiarare le emissioni. È lì che si gioca la partita tecnica. Mentre i legislatori dell’UE negoziano le riforme al sistema di scambio di quote, i team legali stanno già riconsiderando i processi di contabilità e conformità del carbonio. E il cambio di confine è la ragione principale.

Il confine mobile: l’ETS2 porta il monitoraggio a monte

Per capire cosa cambia davvero, bisogna guardare a chi, nel nuovo disegno, è tenuto a dichiarare le emissioni. Secondo la Commissione europea, l’ETS2 coprirà le emissioni a monte: saranno i fornitori di carburante, non le famiglie o gli automobilisti, a dover monitorare e segnalare i propri flussi. È un ribaltamento di prospettiva rispetto ai sistemi che scaricano l’onere sul punto di consumo: qui il confine della responsabilità si sposta all’ingresso della filiera, dove i volumi sono aggregabili e i controlli diventano più gestibili. Ma questa architettura del monitoraggio non regge da sola: ha bisogno di una traiettoria di riduzione credibile e di un quadro legale che la sorregga.

Fase 5 e il 90%: la promessa tecnologica incontra il testo legale

Il dettaglio dell’ETS2 non è un elemento isolato: è dentro una revisione più ampia che fissa le regole del gioco per il prossimo decennio. Lo scorso 17 luglio, la Commissione europea ha presentato una proposta di revisione mirata dell’EU ETS, e il testo definisce il quadro giuridico per la Fase 5 (2031-2040), allineando il sistema all’obiettivo di riduzione netta delle emissioni di gas serra del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990.

Il paradosso è qui: la promessa tecnologica dell’ETS2 — monitoraggio a monte, meno soggetti da controllare, dati più aggregabili — incontra un testo legale che allunga l’orizzonte al 2040 e alza il ritmo. I legislatori dell’UE non hanno ancora chiuso la partita; stanno negoziando le riforme. Nel frattempo i team legali interni riconsiderano i processi di contabilità e conformità, perché un’obbligazione a monte cambia i flussi informativi e i documenti da produrre. Non è più solo una questione di acquisto di quote: è una questione di architettura dei dati e di responsabilità contrattuale. Resta da capire se un perimetro così ambizioso reggerà all’impatto con i partner commerciali e con la concorrenza internazionale.

Cosa cambia sul campo: CBAM e la Cina che accelera

Il nuovo perimetro europeo non opera nel vuoto: deve convivere con strumenti già attivi e con un competitor che sta cambiando marcia. Sul fronte doganale, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere è entrato a regime il 1° gennaio 2026, dopo una fase transitoria operativa dal 2023 al 2025. È un cambio di stato: ciò che prima era sperimentale è ora parte degli obblighi correnti. La sovrapposizione con il nuovo ETS2 non è banale: il confine dell’onere si sposta a monte in Europa, mentre il CBAM presidia la frontiera.

Nel frattempo, la Cina — il cui mercato nazionale del carbonio è il più grande del mondo in termini di emissioni coperte, stimato in circa 8 miliardi di tCO2, oltre il 60% delle emissioni di CO2 del paese — ha già avviato un cambio di architettura. Già nell’agosto 2025, le massime autorità cinesi hanno emesso un documento programmatico per la transizione da un tetto basato sull’intensità a un tetto assoluto e per l’espansione della copertura del mercato nazionale del carbonio. È un movimento che rende più concreto il confronto con il sistema europeo: da una parte un perimetro sempre più ambizioso al 2040, dall’altra il più grande mercato del carbonio al mondo che prova a irrigidire le regole.

La domanda finale resta aperta: chi assorbirà davvero il costo del carbonio lungo la catena del valore? La partita non si gioca solo a Bruxelles, ma anche a Pechino e alle frontiere doganali. Per chi installa o gestisce impianti, il messaggio è chiaro: non si è più semplici compratori di quote, ma ingranaggi di un sistema il cui confine si sposta. Il confronto con la Cina dirà se il 90% al 2040 sarà un vincolo o un vantaggio competitivo.