Le 125 specie minacciate vivono solo nei camini idrotermali, mentre l’ISA valuta le regole per estrarre minerali dai fondali

Il 62% dei molluschi endemici delle sorgenti idrotermali profonde è a rischio di estinzione. Non per un disastro naturale: per la corsa all’estrazione mineraria in acque profonde. È il numero scomodo che emerge dall’aggiornamento della Lista Rossa IUCN pubblicato lo scorso 9 luglio, mentre a Kingston i negoziatori dell’Autorità internazionale dei fondali marini (ISA) discutevano le regole per l’estrazione in acque internazionali.

Il paradosso del 62 per cento

Per capire la portata, serve guardare i numeri. Secondo la Lista Rossa IUCN, 125 delle 201 specie di molluschi note al mondo che vivono esclusivamente attorno alle sorgenti idrotermali profonde sono a rischio di estinzione. Il fattore scatenante è uno solo: l’estrazione mineraria in acque profonde, la ricerca di minerali sui fondali oceanici.

Già nel 2021, uno studio firmato da Thomas et al. aveva valutato 184 specie di molluschi endemici delle sorgenti idrotermali, concludendo che il 62% delle specie valutate era minacciato. Un dettaglio rende il quadro ancora più netto: secondo lo stesso studio, le 25 specie completamente protette dall’estrazione mineraria grazie a misure di conservazione locali sono tutte valutate come Least Concern, cioè a rischio minimo. Dove la protezione esiste, le specie resistono; dove non esiste, il rischio sale. È la prova che la minaccia non è teorica: dipende dalle regole.

Le valutazioni sui molluschi sono state coordinate da Senckenberg attraverso la sua Ocean Species Alliance. Il quadro complessivo non è meno pesante: la Lista Rossa IUCN conta ora 175.909 specie, di cui 49.505 minacciate di estinzione. Ma non tutte le notizie vanno nella stessa direzione.

Vincitori e vinti della Lista Rossa

Eppure la Lista Rossa racconta anche un’altra storia: quella di specie che ce la fanno e di altre che scompaiono. Il numbat, emblema faunistico dell’Australia Occidentale, è stato riclassificato da In pericolo a Quasi minacciato nell’aggiornamento di luglio. È il primo declassamento dagli anni ’70, secondo l’IUCN. Alla fine degli anni ’70 la popolazione era crollata a circa 300 individui, portando alla classificazione come In pericolo: lo documenta la ricostruzione di Australian Wildlife Conservancy. Decenni di conservazione hanno funzionato.

La rana della pioggia del deserto racconta l’altra faccia. Vive lungo la costa occidentale di Sudafrica e Namibia, ed è passata da Quasi minacciata a Vulnerabile. La causa sono l’estrazione di diamanti e lo sviluppo di infrastrutture energetiche. Senza sforzi di conservazione, la popolazione della rana della pioggia del deserto è prevista in declino del 20% nel prossimo decennio, avverte l’IUCN. Stessa logica dei molluschi degli abissi: quando l’industria avanza, le specie arretrano.

E poi ci sono i vinti definitivi. Cinque marsupiali australiani — il piccolo bettong e quattro specie di mulgara — sono stati confermati estinti nell’aggiornamento di luglio, a seguito di una revisione tassonomica. Nessun individuo è stato segnalato per almeno 60 anni. Qui non c’è nessuna transizione da gestire: c’è solo un’uscita di scena.

A Kingston, il tempo stringe

Il contrasto tra numbat e rana della pioggia solleva una domanda: cosa succede quando la minaccia non è un cambiamento graduale ma una decisione politica ed economica? La domanda non è solo scientifica: è politica.

La pubblicazione delle valutazioni sui molluschi coincide con i negoziati dell’ISA a Kingston, in Giamaica, come rileva Senckenberg. Lì si discute se e come consentire l’estrazione mineraria nelle acque internazionali, cioè fuori dalle giurisdizioni nazionali. Il punto è tutto qui: in acque internazionali non c’è un governo che risponde, solo un’autorità che negozia.

Il punto di partenza è noto: nel giugno 2021, il governo di Nauru ha notificato alla ISA la propria intenzione di iniziare l’estrazione mineraria in acque profonde, innescando una corsa per finalizzare le normative, come ricostruisce l’issues brief dell’IUCN sul deep-sea mining. Da allora il tempo è scaduto: l’estrazione nelle acque internazionali potrebbe iniziare già nel 2026, nonostante la ricerca e il lavoro per adottare regole, standard e linee guida siano lungi dall’essere completati. È il nodo che la transizione energetica non ha sciolto: con quali regole, con quali dati, con che tempi si decide il destino di un fondale oceanico?

Resta aperta la questione di chi deciderà il destino di specie che vivono in acque internazionali, e con quali regole. I numeri della Lista Rossa dicono che la minaccia esiste già, prima ancora che l’estrazione cominci davvero. La domanda finale non è se servano minerali per la transizione: è se possiamo permetterci di sacrificare gli abissi prima ancora di capirli.