Il regno copre solo un terzo del proprio fabbisogno energetico, con la dipendenza da Pretoria rimasta senza accordi validi
L’accordo che garantiva all’Eswatini l’importazione di elettricità dal Sudafrica è scaduto ormai da oltre un anno. Eppure nel piccolo regno incastonato tra Mozambico e Sudafrica meno della metà dei poveri ha accesso a una fornitura affidabile: secondo Afrobarometer, solo circa sei cittadini su dieci possono contare su corrente stabile. Nel frattempo, la generazione domestica arranca con appena 76,5 megawatt di capacità installata a fronte di una domanda che tocca i 233 megawatt. Mentre le autorità politiche rimandano qualsiasi scelta strutturale, un’azienda privata tenta di riempire il vuoto puntando su cento digestori biogas: l’iniziativa Vutsela Biogas. Un tentativo che solleva più domande di quante ne risolva, in un Paese dove la crisi energetica è figlia di una cronica assenza di strategia.
Un Paese al buio, con un accordo scaduto
I numeri raccontano una dipendenza quasi totale. Con una capacità di generazione domestica ferma a 76,5 megawatt, l’Eswatini copre appena un terzo del proprio fabbisogno. Il resto arrivava, fino al 2025, dal vicino sudafricano attraverso un accordo di importazione che nessuno ha rinnovato o sostituito con un’alternativa credibile. Da allora il Paese galleggia in una precarietà che colpisce soprattutto le fasce più vulnerabili: meno della metà dei poveri ha una fornitura affidabile, e la media nazionale dice che quattro cittadini su dieci vivono nell’incertezza quotidiana della corrente.
Non è una crisi improvvisa, ma il risultato di anni in cui la pianificazione energetica è rimasta al palo. Le cifre dell’UNDP restituiscono l’immagine di uno Stato che nel 2026 produce ancora meno di 80 megawatt mentre ne consuma 233, senza aver messo in campo un piano di indipendenza energetica che non sia la speranza di rinegoziare l’import dal Sudafrica. In questo scenario, l’arrivo dei digestori biogas di Vutsela appare come una scintilla nella notte. Ma può una manciata di impianti domestici – per quanto ingegnosi – colmare un buco strutturale da oltre 150 megawatt?
La scommessa dei digestori: rifiuti in energia
Di fronte a questa crisi, l’esperimento di Vutsela Biogas si presenta come un tentativo pragmatico dal basso. L’azienda trasforma letame animale e rifiuti alimentari in gas metano utilizzabile per cucinare, riscaldare acqua e proteggere le strutture per il bestiame. Il processo, spiegano i promotori, produce anche un fertilizzante organico che chiude il ciclo in ottica di sostenibilità. Ogni sistema installato riduce le emissioni di gas serra e rallenta la deforestazione, diminuendo la dipendenza dalla legna da ardere. L’offerta commerciale include installazione professionale e assistenza clienti, con soluzioni pensate per adattarsi alle necessità locali.
I numeri del progetto sono ridotti, quasi minimali: l’obiettivo è distribuire 100 digestori, a cui si aggiungono 15 prototipi iniziali, destinati a fattorie a basso reddito in Eswatini e nelle regioni di confine del Sudafrica. L’iniziativa sarà accompagnata da un centro di formazione terziario locale, STREEC, per trasferire ai giovani competenze tecniche sulle rinnovabili e sull’imprenditoria. Un pacchetto che mescola energia pulita, sviluppo rurale e occupazione giovanile, e che sulla carta ha il pregio di offrire una risposta immediata a famiglie che oggi dipendono da generatori diesel o dalla raccolta di legna.
Ma la scala del problema resta immensa. Anche ipotizzando un funzionamento impeccabile, cento digestori producono energia termica per uso domestico: non generano elettricità da immettere in rete, non sostituiscono i megawatt mancanti. Possono alleviare la pressione su singole comunità rurali, certo, ma il cuore del deficit energetico dell’Eswatini – le industrie, i servizi essenziali, le città – resta scoperto. La domanda chiave è se queste unità possano diventare il tassello di una strategia più ampia o se restino una risposta localizzata, utile a tamponare l’emergenza mentre la politica continua a rimandare le scelte vere.
Lezioni dal passato, dubbi sul futuro
L’entusiasmo per i digestori in Eswatini deve fare i conti con la storia recente di altri Paesi della regione. Il progetto nazionale biogas del Botswana, finanziato da GEF/UNDP, venne lanciato il 20 gennaio 2017 con ambizioni analoghe e si concluse nel gennaio 2022 senza lasciare tracce significative. Non fu un fallimento rumoroso, ma uno di quei programmi che scivolano via in silenzio, incapaci di scalare o di integrarsi in una politica energetica nazionale. Il Botswana, con un tessuto economico e sociale diverso, non riuscì a trasformare un’iniziativa pilota in un pilastro della propria indipendenza energetica.
La lezione per l’Eswatini è semplice e scomoda: senza un quadro regolatorio che incentivi le rinnovabili, senza investimenti in reti di distribuzione e accumulo, senza un piano di sostituzione delle importazioni, anche i progetti meglio intenzionati rischiano di restare esperienze di nicchia. Oggi il Paese ha un accordo di fornitura con il Sudafrica scaduto e nessuna alternativa di sistema all’orizzonte. I 100 digestori di Vutsela Biogas sono una risposta dal basso che merita attenzione, ma la vera partita per l’Eswatini si gioca altrove: nelle scelte politiche che mancano all’appello, nella capacità di attrarre capitali per impianti solari o eolici su larga scala, nella volontà di ridisegnare un intero settore energetico con tempi e obiettivi vincolanti.
L’Eswatini non può permettersi di aspettare che i digestori risolvano una crisi che richiede un ripensamento profondo delle politiche energetiche. La domanda che resta sospesa è quando inizierà il dibattito sulla sovranità energetica del Paese, e chi ne pagherà il prezzo nel frattempo. Perché mentre si installano piccoli impianti nelle campagne, le imprese e le famiglie continuano a dipendere da un vicino che non ha più l’obbligo di garantire la fornitura, e l’orologio della crisi corre più veloce di qualsiasi digestore.




