La contromossa della Commissione europea limita le catture russe a 1.495 tonnellate, ma i trasbordi fantasma restano un nodo irrisolto

Partiamo da un numero che è un pugno nello stomaco: 67.548 tonnellate. È lo sgombro che la Russia ha deciso di pescare nel 2026, pari al 22,5% del totale consentito. Lo scorso 23 giugno, la Commissione europea ha reagito con una contromossa secca: gli altri membri della NEAFC, esclusa Mosca, hanno adottato misure che limitano le catture russe di sgombro nelle acque internazionali a 1.495 tonnellate. Il rapporto è di quarantacinque a uno. Non è una lite sulla pesca: è un dissenso che ha la forma di un colpo di spugna su qualsiasi accordo multilaterale.

Le misure dovrebbero entrare in vigore il 28 agosto 2026, malgrado l’obiezione formale che la Russia ha depositato il 19 giugno. Sulla carta, una risposta rapida. Nella sostanza, l’ennesimo capitolo di una storia che va avanti da almeno quindici anni e in cui la linea tra vittima e carnefice è più sfumata di quanto Bruxelles voglia ammettere.

La guerra dei numeri: dal 2010 a oggi

Ora, a rendere il quadro ancora più scomodo, arriva un dettaglio che mina la credibilità dell’azione coordinata contro Mosca. Per il 2026, Regno Unito, Norvegia, Isole Faroe e Islanda hanno negoziato tra loro un TAC di sgombro di 299.010 tonnellate, un valore che supera il parere scientifico dell’ICES e che, soprattutto, esclude l’Unione Europea dal tavolo. La matematica è impietosa: da un lato si condanna l’unilateralismo russo, dall’altro si pratica una versione più educata ma non dissimile della stessa logica. La guerra dello sgombro non è tra buoni e cattivi: è una partita a dadi in cui ognuno, quando può, alza la posta per conto proprio.

Sanzioni e scappatoie: cosa cambia per l’Europa?

La Commissione europea ha annunciato che il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia includerà per la prima volta il commercio ittico. Secondo la presidente von der Leyen, la proposta prevede restrizioni sostanziali sulle importazioni di alcuni prodotti e un divieto totale su altri, incluso il merluzzo. È un passo significativo, ma il problema non sta solo nei dazi o nei blocchi doganali. Sta in quello che succede molto prima che il pesce arrivi a un porto europeo.

Nell’area regolata dalla NEAFC, le navi russe effettuano più di cento trasbordi all’anno senza un adeguato monitoraggio. Il pesce passa da un’imbarcazione all’altra in acque internazionali, sfuggendo a controlli e tracciabilità. È uno scudo invisibile che rende porosa qualsiasi barriera commerciale. Puoi vietare l’importazione di merluzzo russo, ma se il prodotto viene sbarcato altrove e rietichettato, la sanzione diventa un esercizio teorico.

Qui il paradosso si fa concreto. Le misure NEAFC fissano un tetto di 1.495 tonnellate per le catture russe in acque internazionali, ma non affrontano il nodo dei trasbordi fantasma. Senza un meccanismo di verifica che copra l’intera catena — dalla rete al container — il limite rischia di restare un numero scritto su un documento, mentre le 67.548 tonnellate russe trovano altre strade per arrivare sui mercati globali. La Commissione lo sa, e infatti non parla di vittoria: parla di un passo necessario ma insufficiente.

L’esclusione dell’UE dal TAC parallelo negoziato da Londra, Oslo, Tórshavn e Reykjavík aggiunge un ulteriore strato di tensione. Bruxelles si trova a combattere su due fronti: contro l’escalation russa e contro un fronte interno di alleati storici che, di fatto, si sono già spartiti la torta senza di lei. L’idea che le sanzioni possano bastare, in uno scenario così frammentato, è quantomeno ottimistica.

Resta una domanda aperta, che nessun TAC può chiudere da solo. Le sanzioni promesse dall’UE potranno davvero tappare le falle di un sistema in cui alleati e avversari giocano con le stesse regole non scritte, oppure la guerra dello sgombro è destinata a continuare sott’acqua, lontano dai riflettori, dove i trasbordi fantasma rendono ogni divieto un castello di sabbia? La Russia ha già dimostrato, con centinaia di operazioni l’anno, di saper aggirare i controlli. Non serve un’altra obiezione formale: serve un meccanismo che renda quei trasbordi visibili, tracciabili e, soprattutto, sanzionabili. Fino ad allora, parlare di limite alle catture è solo un modo più elegante per prendere tempo.