La Banca Mondiale finanzia la generazione rinnovabile ma l’infrastruttura di trasmissione resta il collo di bottiglia della transizione
Nel sud del Pakistan, 640 megawatt di pale eoliche restano ferme. Non per mancanza di vento — i dati anemometrici della regione sono solidi — ma perché la rete di trasmissione non ha la capacità di evacuare l’energia prodotta verso i centri di domanda. È il problema concreto che si nasconde dietro i finanziamenti approvati lo scorso luglio dalla Banca Mondiale: 375,9 milioni di dollari per il Pakistan e 4,2 miliardi mobilitati per l’India. Due mercati, due strategie, una sola domanda di fondo: a cosa servono i gigawatt installati se la rete non riesce a gestirli?
Il paradosso dei due mercati: soldi per i pannelli, pochi per la rete
La Banca Mondiale sostiene il solare sui tetti in India da oltre un decennio. Secondo Paul Proccee, responsabile del programma, l’istituzione ha mobilitato più di 2 miliardi di dollari per catalizzare la crescita del mercato da 500 MW a oltre 27 GW di capacità installata. Un’espansione notevole, trainata da un ecosistema di installatori, incentivi statali e costi dei moduli in discesa. Ora quei 4,2 miliardi aggiuntivi, sotto forma di prestiti commerciali mobilitati tramite garanzie, andranno ad alimentare ulteriormente l’installazione domestica.
Ma se si sposta lo sguardo sul Pakistan, il rapporto di forze si ribalta. Qui il denaro — 375,9 milioni approvati dal Consiglio di Amministrazione della Banca Mondiale — non serve a installare nuova capacità, bensì a sbloccare quella già esistente. I 640 MW di turbine eoliche nel sud del paese sono connessi, ma operano in regime di curtailment: producono meno di quanto potrebbero perché la rete di trasmissione non ha margine per assorbire e trasportare l’energia. È il paradosso di una transizione energetica che finanzia volentieri la generazione ma stenta a investire nell’infrastruttura che la rende utilizzabile.
Dentro la scatola nera: come il Pakistan sblocca 1.840 MW di eolico
Il Grid Stability Enhancement Project, parte del programma BEST-PAK (Boosting Energy Security through Transmission in Pakistan), è un intervento di pura ingegneria di rete. Gli upgrade previsti consentiranno di immettere in rete 640 MW di eolico attualmente limitato, abilitando l’uso completo di 1.840 MW di capacità eolica installata nel Pakistan meridionale. Il meccanismo è lineare nei princìpi ma complesso nell’esecuzione: nuove linee di trasmissione, sottostazioni potenziate e sistemi di controllo capaci di gestire l’input variabile delle rinnovabili senza compromettere frequenza e tensione.
Integrare 1.840 MW di eolico in una singola macro-regione significa risolvere problemi di power evacuation — letteralmente, portare l’energia dalle aree di produzione, spesso remote, ai centri di carico urbani e industriali — ma anche di regolazione della frequenza, compensazione della potenza reattiva e coordinamento delle protezioni. Quando il vento cala o aumenta rapidamente, la rete deve rispondere in tempo reale, senza oscillazioni che metterebbero a rischio la stabilità dell’intero sistema. Il Pakistan ha un obiettivo ambizioso: il 60% di energia rinnovabile nel mix elettrico entro il 2030, in linea con il Contributo Determinato a livello Nazionale sottoscritto nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Traguardo che, senza questi interventi di rete, resterebbe pura dichiarazione d’intenti.
Parallelamente, l’India affronta una sfida strutturale diversa ma tecnicamente affine. Con oltre 27 GW di fotovoltaico distribuito sui tetti — milioni di impianti di piccola taglia connessi alle reti di bassa tensione — il problema non è solo la capacità di trasmissione, ma la gestione dei flussi inversi di potenza, le variazioni di tensione localizzate e il coordinamento della protezione in uno scenario in cui ogni inverter domestico è potenzialmente un punto di instabilità. La generazione distribuita su questa scala non si governa come una centrale termoelettrica da 500 MW: richiede monitoraggio diffuso, automazione di rete e, sempre più, capacità di accumulo distribuito per assorbire i picchi di mezzogiorno.
Cantiere aperto: installatori, riforme e la concorrenza ADB
Sul terreno, i flussi finanziari si traducono in cantieri, contratti e competenze tecniche. Il programma PM Surya Ghar: Muft Bijli Yojana, lanciato dal primo ministro Narendra Modi nel febbraio 2024, ha raggiunto un milione di installazioni domestiche già a marzo 2025. Significa un milione di inverter da coordinare, altrettanti trasformatori di distribuzione che ora gestiscono flussi bidirezionali, e una filiera di installatori che deve operare con standard di qualità e sicurezza verificabili. Non è solo una questione di volumi: ogni nuova connessione immette potenza in una rete di distribuzione che non è stata progettata per riceverla.
La Banca Asiatica di Sviluppo ha aggiunto un ulteriore strato finanziario: 650 milioni di dollari approvati nel novembre 2025 per il primo sottoprogramma di riforme, e un prestito di 850 milioni di dollari per la seconda fase lo scorso luglio. Tra Banca Mondiale e ADB, il sostegno istituzionale al solare residenziale indiano è imponente. Resta il collo di bottiglia operativo: le società di distribuzione locali (DISCOM), che devono mantenere la tensione entro i limiti di legge mentre migliaia di tetti esportano in simultanea, e i gestori di rete pakistani, che con i 375,9 milioni finanziati da IBRD, Livable Planet Fund e Clean Technology Fund dovranno trasformare in appalti, cavi e quadri elettrici quello che oggi è soltanto un impegno di bilancio. La differenza tra una turbina che gira e una che resta spenta si misura in sezioni di conduttore, capacità di interruzione e software di controllo — non in comunicati stampa.
La transizione energetica in Asia meridionale non è una gara a chi installa più pannelli o più pale, ma a chi costruisce la rete più intelligente per accoglierli. I finanziamenti ci sono: 4,2 miliardi per il solare domestico indiano, 375,9 milioni per la stabilità della rete pakistana, più gli 850 milioni dell’ADB. Ma le cifre sui documenti non fanno girare le turbine né portano elettricità alle utenze. La differenza la faranno i tecnici sul campo — chi dimensiona i cavi, tara gli inverter, coordina le protezioni e programma i regolatori di tensione. Perché ogni gigawatt installato che la rete non può assorbire non è energia pulita: è soltanto metallo al vento.




