Sensibilizzazione in Val Gardena: operatori che spiegano le regole ai visitatori, senza multe.
Undicimila passaggi veicolari giornalieri. Non è il flusso di un raccordo anulare, ma la pressione reale sul Passo Gardena durante la stagione alta: un dato che la stessa strada dolomitica assorbe puntuale ogni estate, secondo quanto documentato da Sky TG24. Davanti a questi numeri, che raccontano un turismo sempre più spinto sulle due ruote e quattro, la Val Gardena sta portando avanti l’unico vero esperimento di gestione attiva del flusso turistico attualmente in corso sulle Dolomiti: un progetto pilota che mette in campo due operatori per presidiare cinque passi e le mete escursionistiche più affollate, con l’obiettivo di trasformare il visitatore da potenziale minaccia a custode temporaneo del paesaggio.
Undicimila passaggi: il peso del turismo su due ruote
Il dato degli 11.000 transiti al giorno sul Passo Gardena va letto per quello che è: una misura di pressione antropica che, su una strada di montagna pensata per volumi ben diversi, si traduce in un carico ambientale difficile da assorbire senza contromisure. Non si tratta soltanto di congestione: parliamo di parcheggi selvaggi sui tornanti, escursionisti che improvvisano sentieri fuori traccia, rifiuti abbandonati in quota e un disturbo costante alla fauna. Il problema, spiegano le cronache locali, si è aggravato quando il target del turismo dolomitico si è allargato ben oltre la comunità degli escursionisti esperti; oggi chi arriva in quota segue spesso i suggerimenti di Instagram, senza alcuna preparazione sulla fragilità dell’ambiente alpino.
Parallelamente, il quadro normativo non aiuta. Al di fuori dei perimetri dei parchi naturali, la capacità di controllo del territorio è affidata a corpi con mandati già sovraccarichi di competenze. Il risultato è una tutela intermittente, che copre le aree protette ma lascia scoperte proprio le zone di maggior afflusso turistico. È qui che il progetto pilota dei Südtirol Alto Adige Ranger prova a innestare un dispositivo nuovo: non un’autorità sanzionatoria, ma una presenza capace di fare prevenzione comportamentale direttamente sul campo. L’idea, che in Alto Adige ha preso forma nei mesi scorsi, nasce da una constatazione semplice: la maggior parte degli abusi in quota non è figlia di dolo, ma di ignoranza. E l’ignoranza si combatte con l’informazione.
Il progetto, come riportato da un lancio ANSA dello scorso 10 giugno, è una risposta diretta all’aumento notevole dell’afflusso di visitatori registrato negli ultimi anni in alcune aree. Ma come si può gestire un flusso simile senza snaturare il paesaggio, senza alzare barriere e senza tradire la vocazione di accessibilità che le Dolomiti hanno sempre mantenuto? La risposta, almeno nella fase di test, è arrivata sotto forma di una figura nuova per queste vette.
I ranger: più che guardiani, educatori ambientali
La Val Gardena aveva già battuto un primo sentiero sperimentale nell’estate 2025, quando quattro custodi ambientali ribattezzati Dolomites Ranger avevano fatto la loro comparsa sui sentieri. Stando alla cronaca di Montagna.tv, quel primo nucleo operava già con una missione chiara: non fare multe, ma spiegare perché certi comportamenti — come accendere fuochi, uscire dai sentieri segnati o avvicinare animali selvatici — producono danni che il territorio impiega decenni a riparare. Un approccio che potremmo definire di ingegneria sociale applicata all’ambiente: il presidio umano come interfaccia traduttiva tra il linguaggio del turista e quello dell’ecosistema.
Il salto di scala è arrivato nell’estate 2026, quando il progetto pilota è stato strutturato con un dispiegamento che da giugno a settembre ha messo in campo due operatori: Carolina Chenetti e Marco Mazzel. Secondo quanto ricostruisce Montagna.tv, il loro raggio d’azione copre l’intera rete dei cinque passi dolomitici della valle — Sella, Pordoi, Fedaia, Costalunga e San Pellegrino — più alcune delle destinazioni più battute dagli escursionisti, come Fuciade, la Val Duron e la Val San Nicolò. Non si tratta di un presidio fisso, ma di una presenza mobile che opera quotidianamente, adattando il percorso in base ai flussi previsti e alle segnalazioni.
Il modello operativo è interessante proprio per il suo impianto non repressivo. L’ANSA, nel lancio di inizio giugno, chiarisce che i ranger agiscono soprattutto al di fuori delle aree protette, là dove il vuoto di presidio è più marcato. Il loro mandato è sensibilizzare sul posto in merito al comportamento corretto da tenere nella natura e nel paesaggio, contribuendo alla tutela senza sovrapporsi alle competenze delle guardie forestali o delle forze dell’ordine. È un lavoro di prossimità pura: fermarsi con il turista che sta per inoltrarsi in un prato alpino per un selfie, spiegargli che sotto i suoi piedi c’è una cotica erbosa che impiega trent’anni a riformarsi, e indicargli il punto esatto dove può scattare la foto senza fare danni.
L’evoluzione del progetto, dal primo nucleo di quattro operatori del 2025 al modello attuale a due soli agenti, non va letta come un ridimensionamento ma come un cambio di filosofia. Più che aumentare i numeri, si è scelto di concentrare le risorse su un’azione educativa continua, che punta a lasciare un residuo cognitivo nel visitatore. La scommessa è che il turista informato oggi sia un turista più attento domani, anche quando tornerà su altri sentieri dove non troverà nessun ranger ad aspettarlo.
Due operatori per cinque passi: la sfida della copertura
Il progetto pilota, annunciato come risposta all’aumento dei visitatori, prevede un dispiegamento minimo ma strategico. Due operatori per cinque passi dolomitici e un numero imprecisato di mete escursionistiche significa che la copertura è inevitabilmente parziale, intermittente, affidata alla capacità di calibrare gli spostamenti sui picchi di afflusso. La matematica è impietosa: anche ipotizzando una presenza quotidiana di otto ore, ciascun operatore dovrebbe coprire da solo un’area vasta decine di chilometri quadrati, su un terreno che impone tempi di percorrenza lenti. Il dato degli 11.000 passaggi giornalieri al Passo Gardena, da solo, basterebbe a saturare l’attenzione di qualunque presidio singolo.
In questa fase, il progetto va giudicato per quello che è: un test di fattibilità, non una soluzione dimensionata al problema. Il suo vero indicatore di successo non sarà il numero di infrazioni rilevate — che i ranger non sono nemmeno incaricati di sanzionare — ma la qualità del comportamento dei turisti una volta tornati a casa. Se l’informazione ricevuta in quota si tradurrà in una modifica stabile delle abitudini, allora la copertura parziale potrà essere considerata un investimento e non un limite strutturale.
L’efficacia dei Ranger non si misurerà solo in termini di presidi, ma nella capacità di trasformare il turista in custode temporaneo del paesaggio. Un obiettivo che, per essere raggiunto, dovrà necessariamente incrociare nei prossimi anni un rafforzamento del servizio, una integrazione più stretta con le comunità locali e — probabilmente — una discussione più ampia sulla regolazione degli accessi motorizzati ai passi dolomitici. Per ora, in Val Gardena hanno acceso un piccolo faro su un problema enorme. La luce è poca, ma la direzione è quella giusta.




