Il calore industriale pesa per un quinto delle emissioni globali, ma la tecnologia per immagazzinarlo sta uscendo dai laboratori
Oltre il 10% di tutte le emissioni di gas serra negli Stati Uniti. Circa un quinto di quelle globali. E se si allarga lo sguardo a tutto ciò che scalda — case, uffici, acqua sanitaria — si arriva a quasi la metà. Il calore industriale è il gigante dimenticato della transizione energetica, quello di cui si parla poco mentre il dibattito pubblico si accende su auto elettriche e pannelli solari. Eppure è qui, nei capannoni che fondono vetro, cuociono cemento e distillano prodotti chimici, che si gioca una partita silenziosa. A provare a vincerla è una tecnologia poco conosciuta: le batterie termiche di Antora, che immagazzinano energia rinnovabile come calore in blocchi di carbonio solido. Non litio, non cobalto: semplici mattoni di carbonio, un materiale abbondante, con catene di fornitura attive su sei continenti. L’idea è elementare: quando il sole splende e il vento soffia, l’elettricità in eccesso scalda quei blocchi fino a temperature estreme; quando serve, il calore viene rilasciato per i processi industriali o riconvertito in elettricità tramite celle termofotovoltaiche. Semplice, appunto. Ma quanto è lontana dalla realtà?
La Silicon Valley scalda i motori
Se il problema è immenso, qualcuno ha già iniziato a costruire la soluzione. E i numeri dicono che Antora Energy non è più una startup che promette: è un’azienda che produce. Già nel gennaio 2023, la società con sede a San Jose, California, aveva avviato la produzione di celle termofotovoltaiche ad alta efficienza in un nuovo stabilimento da 2 MW. Un passo piccolo sulla carta, ma che segnava il confine tra il laboratorio e la fabbrica. Poi, nel 2024, lo scatto: Antora ha aperto il suo impianto produttivo negli Stati Uniti, che è diventato — stando ai dati dell’azienda — una delle più grandi fabbriche di batterie del paese. Da quella linea di assemblaggio, le prime unità commerciali hanno iniziato a uscire proprio nel corso del 2024, destinate ai primi grandi progetti commerciali di Antora.
Ma è nel 2026 che i numeri diventano impressionanti. La società ha raccolto 550 milioni di dollari in un round di Serie C — fondi che servono a gonfiare le vele di un’azienda che sta già navigando in acque profonde. Ad aprile di quest’anno, Antora aveva già spedito gigawatt-ora di accumulo termico nel Midwest. Non kilowatt: gigawatt. E sempre quest’anno, ha attivato uno dei più grandi progetti di stoccaggio di batterie al mondo. L’azienda fondata da David Bierman e Andrew Ponec sta insomma passando dalla teoria alla realtà industriale con una velocità che nel settore dell’energia non è comune. Dietro, investitori del calibro di BlackRock — attraverso Decarbonization Partners —, Temasek, G2 Venture Partners e Eclipse, nomi che non buttano soldi su scommesse a vuoto.
Eppure, mentre Antora accelera e i gigawatt-ora si accumulano nei magazzini del Midwest, un’altra domanda si fa strada: basteranno queste batterie a reggere il confronto con la concorrenza e, soprattutto, con la portata della sfida climatica?
Il banco di prova
Antora non è sola. Nell’ottobre 2025, Rondo Energy ha commissionato una batteria termica da 100 MWh in una struttura di carburante in California. Un progetto che ha già acceso i riflettori su una tecnologia che fino a ieri sembrava confinata ai paper accademici. Attorno a queste due aziende gravitano altri nomi — Malta, Brenmiller, EnergyNest, MGA, 1414, Polar Night — ciascuno con varianti proprietarie dello stesso principio: accumulare calore quando l’energia costa poco e rilasciarlo quando serve. Una competizione che fa bene, in teoria: spinge i costi verso il basso e moltiplica le soluzioni disponibili per chi produce acciaio, cemento o prodotti chimici.
Il punto, però, non è solo tecnologico. È una questione di scala e di tempo. Ricapitoliamo: il calore industriale rappresenta circa un quinto delle emissioni globali, e includendo altre forme di riscaldamento, come quello domestico, si arriva a circa la metà, secondo i dati riportati da Energy Storage News. Antora ha spedito gigawatt-ora di accumulo, ha acceso un mega-progetto, ha raccolto mezzo miliardo. Numeri che colpiscono, finché non li si confronta con l’ordine di grandezza del problema: stiamo parlando di settori che consumano migliaia di terawatt-ora all’anno. Il gap è ancora gigantesco. E ogni anno di ritardo nella decarbonizzazione del calore è un anno di emissioni che continuano ad accumularsi in atmosfera.
C’è poi il nodo regolatorio: chi paga la transizione? Le batterie termiche funzionano, la tecnologia c’è. Ma senza un prezzo del carbonio che penalizzi davvero chi brucia gas e carbone, o senza incentivi che rendano competitivo l’accumulo termico su larga scala, il rischio è che queste innovazioni restino confinate ai progetti dimostrativi e alle aziende disposte a pagare un premium per la sostenibilità. Non basta una fabbrica in Silicon Valley. Serve una rete di politiche industriali che rendano antieconomico continuare a bruciare combustibili fossili per scaldare acciaierie e cementifici. La palla, ora, passa ai regolatori e alle imprese. La domanda non è più se queste macchine funzionino. È quanto siamo disposti a pagare per spegnere i fornelli fossili, e quanto in fretta.




