Il cuneo salino è raddoppiato in trent’anni, risalendo il fiume Gambia per 300 chilometri e minacciando le risaie interne

Il paradosso del riso: meno importazioni, meno campi

In Gambia, uno studio commissionato dal governo ha misurato un calo del 42 per cento della superficie coltivata a riso tra il 2009 e il 2023. La causa è l’intrusione di acqua salata, che avanza in silenzio e rosicchia i campi. Eppure le statistiche ufficiali del 2024 raccontano un’altra storia: le importazioni di riso sono diminuite per la prima volta dalla pandemia, mentre rese e produzione hanno ricominciato a salire gradualmente. La combinazione dei due numeri ha l’aria di una buona notizia, ma è un paradosso che non parla di ripresa. Parla di una contrazione più profonda, di una forbice che si allarga tra i pochi terreni che ancora resistono e la massa d’acqua salmastra che ogni anno guadagna terreno.

Come può un paese perdere quasi metà delle proprie risaie e allo stesso tempo ridurre le importazioni? La risposta non sta nell’efficienza di un piano agricolo, ma nella geografia del sale che risale il fiume. I campi che ancora producono sono quelli che si trovano più lontano dalla foce, quelli che l’intrusione non ha ancora raggiunto. Ma il fronte salino si sposta, e la finestra utile si chiude un chilometro dopo l’altro.

Il cuneo salino: da 150 a 300 chilometri in trent’anni

La contraddizione si scioglie guardando al dato più allarmante. Ebrima S. Njie, docente all’Università del Gambia, ricorda che nei primi anni Novanta il fronte del sale nel fiume Gambia si fermava a 150 chilometri dalla foce. Oggi, complice la riduzione e il ritardo delle piogge, l’acqua salata risale per 300 chilometri o più. Un raddoppio in tre decenni che non è solo una questione di chilometri lineari: dove un tempo solo le regioni costiere occidentali dovevano fare i conti con il sale, oggi la contaminazione ha raggiunto la regione centrale-orientale del Central River, su entrambe le sponde. E con lui la minaccia si allarga a comunità che non avevano mai visto l’acqua delle loro risaie diventare imbevibile per le piantine.

Il Gambia non è un’eccezione, è un caso estremo di una tendenza globale. Uno studio del 2025 stima che più del 3 per cento dei terreni coltivati nel mondo — 87 milioni di ettari — potrebbe essere colpito dall’intrusione di acqua salata. Negli Stati Uniti, Kate Tully e altri ricercatori hanno documentato che tra il 2011 e il 2017, 20.000 acri di terreni agricoli costieri in Delaware, Maryland e Virginia sono diventati paludi salmastre, con perdite stimate in 107,5 milioni di dollari all’anno per il mais e 39,4 milioni per la soia. Numeri che raccontano un danno economico. In Gambia, però, il danno non si misura in dollari persi ma in cibo che manca. Il Global Center on Adaptation segnala che l’intrusione salina si somma all’esaurimento delle falde e all’aumento della domanda nell’area del Grande Banjul, creando una tenaglia che stringe progressivamente la possibilità di coltivare.

Mentre gli studi globali moltiplicano le cifre, in Gambia il sale non è più una proiezione: è già entrato nei campi di Bantang Killing, un villaggio dove gli agricoltori vedono le risaie trasformarsi in terra sterile. Sono loro, i coltivatori costieri di uno dei paesi più poveri del mondo, a pagare il prezzo più alto di un fenomeno che altrove resta confinato nei grafici.

Ottanta per cento della popolazione a venti chilometri dalla costa

Oltre 10 milioni di alberi morti sono stati mappati lungo la costa atlantica degli Stati Uniti, in quella che viene definita la zona più critica per l’innalzamento del mare. Le “foreste fantasma” sono il simbolo di un destino condiviso, ma in Gambia il colpo non arriva al paesaggio: arriva direttamente nel piatto. La Banca Mondiale classifica il paese al 148° posto su 181 per vulnerabilità climatica, e ricorda che l’80 per cento della popolazione urbana vive a meno di venti chilometri dalla costa atlantica. Una concentrazione che rende il Gambia esposto non solo alla salinizzazione dei terreni, ma a tutto il corteo di conseguenze che accompagnano l’innalzamento del livello del mare: erosione, inondazioni, perdita di fonti d’acqua dolce.

La BBC ha raccolto le voci degli agricoltori di Bantang Killing: sono loro a raccontare, senza bisogno di modelli climatici, cosa significa vedere la terra su cui si è vissuto per generazioni diventare inospitale. E la valutazione governativa del 2024 dà un orizzonte numerico a quella paura: il 30 per cento delle risaie del paese potrebbe diventare inutilizzabile entro il prossimo decennio, se le attuali tendenze climatiche non verranno interrotte. Il governo tenta di reagire, con piani di adattamento e il sostegno di istituzioni come l’African Adaptation Acceleration Program. Ma il fronte del sale continua a spostarsi, e le risorse disponibili — sia in termini di finanziamenti sia di varietà di riso tolleranti al sale — corrono il rischio di arrivare sempre con un raccolto di ritardo.

Le statistiche del 2024 hanno offerto una boccata d’ossigeno: importazioni in calo, rese in crescita. È un segnale che qualcosa si muove, forse l’adozione di varietà più resistenti, forse un’annata meno avara. Ma il paradosso di partenza resta: mentre il sale avanza, il Gambia cerca di adattarsi scommettendo sull’innovazione agricola e sull’aiuto internazionale. Basteranno a fermare una marea che in sei anni ha inghiottito 20.000 acri di terreni agricoli negli Stati Uniti, e che in Africa occidentale corre ancora più veloce? La risposta, per molti agricoltori, arriverà forse troppo tardi.