Piano clima approvato a dicembre 2023, ma mai finanziato.
Oltre cento comuni in Piemonte e Lombardia stanno subendo interruzioni nella fornitura di acqua potabile. L’estate 2026 ha spento i rubinetti di migliaia di famiglie, mentre il Po registra portate ben al di sotto della media stagionale e i prelievi agricoli sono stati ridotti al minimo in diversi distretti. È in questo scenario che, lo scorso 11 luglio, Legambiente ha lanciato un appello e otto proposte al Governo e alle Regioni del bacino padano, chiedendo di abbandonare una volta per tutte la logica dell’emergenza.
È la terza estate consecutiva in cui il bacino padano entra in sofferenza idrica. L’Italia aveva già dichiarato lo stato di emergenza in cinque regioni settentrionali nell’estate 2022, quando Coldiretti quantificò in oltre il 30% la produzione agricola nazionale minacciata dalla peggiore siccità degli ultimi settant’anni. Tre anni dopo, il canovaccio è identico: fiume in secca, ordinanze comunali che limitano l’uso dell’acqua, agricoltura che conta i danni. Eppure, ogni stagione si riparte con le stesse misure tampone.
La siccità cronica: dati e déjà vu
I numeri diffusi dall’Autorità di bacino del Po nei giorni scorsi raccontano un’estate 2026 partita male e peggiorata in fretta. Le portate del fiume sono scese sotto le soglie critiche già a giugno, innescando l’innalzamento del livello di allerta. Oltre cento comuni, concentrati soprattutto tra Piemonte e Lombardia, hanno dovuto razionare l’acqua potabile o ricorrere alle autobotti. Non si tratta solo di micro-comuni montani: l’emergenza tocca centri di decine di migliaia di abitanti, con turnazioni che in alcuni casi durano da settimane.
Il paradosso è che la siccità non è più un evento imprevedibile. Il 2022 è stato un campanello d’allarme che avrebbe dovuto suonare una volta sola. Invece il 2023 ha replicato lo schema, con il governo costretto a varare il DL Siccità in piena emergenza. E ora, nell’agosto 2026, ci ritroviamo con gli stessi rubinetti a secco, mentre il Paese continua a intervenire — lo scrive Legambiente — «in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi». La domanda è inevitabile: perché i piani di adattamento restano solo sulla carta?
Il cimitero delle buone intenzioni
La risposta è in un PNRR climatico fatto di carte. Già nel febbraio 2023, Legambiente aveva messo sul tavolo una strategia nazionale sull’acqua in otto punti, consegnata al governo subito dopo lo shock del 2022. Pochi mesi dopo, a dicembre 2023, il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica approvava con decreto n. 434 il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici: un documento tecnicamente solido, pensato per dare al Paese una bussola di medio-lungo periodo. Ma fra lo stanziamento dei fondi e l’emanazione dei decreti attuativi, tutto si è insabbiato. Il Piano esiste, ma non è mai stato finanziato.
Sul fronte normativo, la risposta immediata del governo è stata il DL Siccità della primavera 2023. Il WWF Italia lo ha criticato senza mezzi termini, definendolo «basato esclusivamente su interventi infrastrutturali, su un’estensione dell’approccio commissariale e su un’ulteriore artificializzazione di un reticolo idrico già prossimo al collasso». In sintesi: nuove condotte, nuovi invasi, nuovi commissari straordinari, ma nessuna azione strutturale sulla domanda d’acqua e sulla sua gestione. È la differenza fra curare i sintomi e affrontare la patologia.
Oggi Legambiente torna a bussare alla porta del Governo Meloni con una domanda precisa: che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano di adattamento? Le otto proposte rilanciate l’11 luglio scorso ruotano attorno a un’idea semplice: mettere al centro la tutela del fiume e dell’acqua, non l’ennesima infrastruttura emergenziale. E la base giuridica per farlo esiste già.
L’alternativa possibile: meno parole, più vasche
Non servono nuovi commissari straordinari. Il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura, previsto dal regolamento UE 2020/741, è fermo da anni. Se fosse operativo, consentirebbe di destinare all’irrigazione agricola volumi d’acqua depurata che oggi vengono semplicemente scaricati nei corsi d’acqua dopo il trattamento. Per la Pianura Padana, dove l’agricoltura è il principale utilizzatore della risorsa idrica, sarebbe la leva più efficace per ridurre la pressione sul Po senza toccare le quote irrigue. La tecnologia è nota, i framework normativi europei pure. Manca il decreto attuativo nazionale, e con esso la possibilità di chiudere il cerchio fra depurazione e irrigazione su scala di bacino.
Senza un’inversione immediata, la prossima siccità troverà lo stesso canovaccio: rubinetti a secco e agricoltura in ginocchio. Le soluzioni tecniche esistono, manca solo la volontà di metterle in campo.




