Dopo anni di immobilismo, i mandati statali e gli investimenti pubblici hanno cambiato le regole del gioco

Nove autobus elettrici a gennaio, settantatré a maggio. In sei mesi le consegne di bus a zero emissioni in Australia sono aumentate di otto volte. Il dato emerge da un’analisi di CleanTechnica pubblicata lo scorso 3 luglio, e racconta un mercato che — dopo anni di inerzia quasi assoluta — ha cominciato a muoversi in modo tutt’altro che graduale. A maggio i 73 autobus a zero emissioni hanno quasi eguagliato gli 80 diesel immatricolati nello stesso mese: la quota di elettrici ha sfiorato il 48 per cento, contro il 6 per cento scarso di gennaio. Non è un record isolato, ma il punto d’arrivo di una progressione che nei mesi precedenti era già diventata difficile da ignorare.

Il risveglio dei numeri

Per capire la portata del cambiamento bisogna partire da gennaio 2026. In quel mese, secondo i dati raccolti da CleanTechnica, su 155 autobus consegnati in Australia ben 146 erano diesel: le unità elettriche a batteria erano soltanto 9, una quota inferiore al 6 per cento. Sembrava la fotografia di un paese fermo, e in effetti lo era.

Poi la curva ha cambiato pendenza. A febbraio le consegne totali sono state 147, ma quelle a zero emissioni sono salite a 45. A marzo, stando ai dati di Australian Bus News citati dalla stessa analisi, i bus ad alimentazione alternativa hanno toccato quota 59 su 199 immatricolazioni totali. Nel primo trimestre del 2026 sono stati consegnati 121 autobus elettrici — più di un sesto di tutti quelli in circolazione fino all’anno prima. Ad aprile la quota elettrica ha raggiunto 72 unità su 158 consegne complessive, pari al 46 per cento. A maggio, con 73 bus a zero emissioni e 80 diesel, il rapporto è arrivato quasi alla parità.

Questi numeri vanno letti su uno sfondo che fino a ieri era desolante. Nel 2025, in tutta l’Australia, risultavano registrati 42.800 autobus diesel contro 629 elettrici a batteria: poco più dell’1 per cento del parco circolante. Il confronto internazionale è impietoso: la Cina ha elettrificato l’80 per cento della sua flotta urbana, i Paesi Bassi circa un quarto, il Regno Unito il 12 per cento. L’Australia era il fanalino di coda tra i paesi sviluppati. La domanda, a questo punto, è che cosa abbia fatto scattare l’accelerazione.

La spinta delle politiche

Dietro la curva delle consegne c’è una combinazione di mandati statali e investimenti pubblici che ha reso obbligatorio ciò che il mercato, da solo, non stava facendo. Dal 1° luglio 2025, tutti i nuovi autobus del trasporto pubblico acquistati nello Stato di Victoria devono essere a zero emissioni. Non un incentivo, non una raccomandazione: un vincolo.

Nel Nuovo Galles del Sud la leva è stata finanziaria. Il governo statale ha annunciato un investimento di 6,5 miliardi di dollari in dieci anni per acquistare migliaia di autobus elettrici e costruire i depositi attrezzati necessari a sostenerli. L’obiettivo dichiarato è triplice: ridurre la dipendenza dai combustibili importati, rispondere alla domanda di una popolazione in crescita e — aspetto non secondario — rilanciare la produzione nazionale di autobus. Già nell’agosto 2025, secondo i dati riportati da The Driven, a Sydney erano in servizio 220 autobus elettrici. Una flotta che fino a due anni prima sarebbe stata impensabile.

Il contrasto con l’inerzia passata è netto. Fino a tutto il 2024 il parco circolante australiano restava saldamente ancorato al diesel, e le commesse pubbliche seguivano l’abitudine più che la transizione. I mandati e gli stanziamenti dei dodici mesi successivi hanno cambiato le regole del gioco. Resta aperta una domanda: chi costruirà tutti questi autobus?

La corsa dei produttori

La domanda esplosiva sta attirando in Australia costruttori che fino a poco fa consideravano questo mercato marginale. I dati del 2024 offrono una fotografia della competizione nascente. Nel febbraio di quell’anno, su 147 autobus registrati, 45 erano a zero emissioni: Volvo guidava con 12 unità, seguita da Nexport con 11, Yutong con 8, Custom Denning con 7 e Scania con 5. A marzo 2024 era Yutong a prendere la testa del segmento elettrico con 15 consegne, davanti a Volvo (11), Custom Denning (8), BYD (8), BCI (7), Scania (6) e Nexport (4). La stessa Yutong guidava anche il mercato diesel con 45 unità, segno di una presenza trasversale che va ben oltre la nicchia dell’elettrico.

Il panorama è frammentato e in piena evoluzione. I grandi nomi europei — Volvo, Scania — si contendono le commesse con i colossi cinesi Yutong e BYD, mentre il produttore locale Custom Denning cerca di ritagliarsi uno spazio. Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi sarà uno solo: quante di queste commesse andranno a chi produce in Australia, e quante finiranno per premiare filiere industriali già consolidate altrove. Perché i 73 bus di maggio sono solo l’inizio: la vera partita si gioca su chi controllerà la filiera nei prossimi dieci anni.