Il Consiglio Ue ha esentato le attività di controllo migratorio dal principio “non arrecare danno significativo”
Quando un parco eolico ottiene fondi europei, ogni turbina deve dimostrare di non danneggiare gli uccelli migratori o i fondali marini. Questo è il DNSH — Do No Significant Harm, «non arrecare un danno significativo» — un principio tecnico e misurabile che dal 12 luglio 2020 è il cardine della tassonomia verde. Lo scorso 26 giugno, senza troppi riflettori, il Consiglio ha deciso che per la gestione delle frontiere questa verifica non serve. Nel regolamento sulla performance del bilancio UE approvato dagli Stati membri, il DNSH resta in piedi, ma con un’eccezione su misura per aree politicamente sensibili come migrazione e controllo dei confini.
Il cuore tecnico del DNSH: quando non nuocere è misurabile
Per capire cosa sia realmente in gioco, bisogna scendere sotto il cofano della tassonomia europea. Il regolamento 2020/852 ha creato un sistema di classificazione che definisce criteri precisi per determinare se un’attività economica è allineata con una traiettoria net-zero entro il 2050. Non bastano buone intenzioni o dichiarazioni d’intenti: un’attività deve soddisfare quattro condizioni generali per essere considerata ambientalmente sostenibile. Il DNSH è una di queste, e non è negoziabile.
Immaginate un’azienda che produce batterie per accumulo stazionario. Per accedere a finanziamenti verdi deve dimostrare che il suo processo produttivo non compromette in modo misurabile nessuno dei sei obiettivi ambientali della tassonomia: mitigazione del cambiamento climatico, adattamento, uso sostenibile delle risorse idriche, economia circolare, prevenzione dell’inquinamento, protezione della biodiversità. Non è una checklist generica: per ogni settore esistono criteri tecnici di vaglio — percentuali di materiali riciclati, soglie di consumo idrico per kWh prodotto, limiti di emissioni per tonnellata di materiale processato. Se sfori anche su un solo parametro, l’attività non è allineata. Punto.
È un meccanismo elegante nella sua severità. Dal 2020 ha costretto intere filiere a ripensare processi produttivi e catene di fornitura. Chi sviluppa impianti rinnovabili lo sa bene: la documentazione DNSH per un parco eolico offshore include studi ornitologici pluriennali, mappatura dei corridoi migratori, analisi dell’impatto acustico subacqueo sulle popolazioni di cetacei durante la fase di infissione dei pali. Decine di migliaia di pagine di dati, perché il principio non ammette scorciatoie. Ma se il principio è così solido, perché nel bilancio dell’UE si fanno eccezioni?
La decisione del 26 giugno: target ambizioso, principio flessibile
La risposta è arrivata tre giorni fa, quando il Consiglio ha approvato il regolamento sulla performance del bilancio pluriennale. Il testo fissa un obiettivo significativo: il 35% della spesa totale dell’UE dovrà sostenere obiettivi climatici e ambientali. È un target che, sulla carta, rafforza l’architettura del Green Deal. Il regolamento definisce un quadro orizzontale per tracciare e monitorare questa spesa, estendendo le salvaguardie ambientali all’intero bilancio comunitario.
Ma proprio qui si annida la contraddizione. Il Consiglio ha mantenuto formalmente il principio DNSH, salvo poi introdurre esenzioni esplicite per aree come migrazione e gestione delle frontiere. Il messaggio è chiaro: quando si tratta di costruire un parco eolico, il principio si applica con tutto il suo rigore tecnico; quando si tratta di finanziare sistemi di sorveglianza frontaliera o centri di accoglienza, la verifica di non arrecare danno significativo all’ambiente diventa opzionale. È un doppio binario che mina la coerenza dell’intero impianto normativo.
Il Parlamento Europeo dovrebbe adottare la sua posizione al più presto entro la fine del 2026, prima dell’avvio dei negoziati di trilogo. Ci sarà tempo per modificare il testo, ma il segnale politico del Consiglio è già stato inviato. Cosa significa questo doppio binario per chi investe e realizza impianti di energia pulita?
L’impatto sul clean tech: tra fondi e credibilità
Per gli sviluppatori di progetti rinnovabili, abituati a dimostrare il rispetto del DNSH con dossier tecnici e campagne di monitoraggio che durano anni, la notizia è un campanello d’allarme. Il problema non è la quantità di fondi disponibili — il target del 35% garantisce un flusso significativo di risorse verso clima e ambiente. Il problema è la credibilità del sistema nel suo complesso.
Un produttore di moduli fotovoltaici che ha investito centinaia di migliaia di euro per certificare la propria catena di fornitura secondo i criteri DNSH — tracciando la provenienza del silicio, dimostrando il riciclo dell’acqua di processo, documentando lo smaltimento dei fanghi chimici — oggi si trova a competere in un mercato dove le regole valgono solo per alcuni. Se il bilancio UE può finanziare attività di gestione delle frontiere senza la stessa verifica ambientale, perché un fondo d’investimento dovrebbe continuare a pretendere quei dossier dai propri sviluppatori eolici? La domanda non è retorica: i criteri ESG dei grandi fondi infrastrutturali si basano proprio sull’architettura della tassonomia europea. Quando l’architettura mostra crepe, la fiducia degli investitori si incrina.
C’è un effetto domino che i tecnici del settore conoscono bene. La finanza sostenibile funziona se le regole sono prevedibili e universali. Un principio applicato à la carte smette di essere un principio e diventa un costo di conformità che penalizza proprio chi opera nei settori dove la verifica ambientale è più stringente — rinnovabili, accumulo, efficienza energetica. Gli stessi settori che il Green Deal vorrebbe accelerare. Il rischio concreto è che le esenzioni introdotte dal Consiglio creino un incentivo perverso: spostare risorse dove i controlli sono più blandi, anziché dove servirebbero per decarbonizzare davvero l’economia europea.
La credibilità della finanza verde europea si misura sulla coerenza delle sue regole. Il DNSH è nato come principio tecnico, misurabile, scientificamente fondato. Trasformarlo in un optional per ragioni politiche significa svuotarlo dall’interno. La domanda che resta sospesa, mentre il trilogo si avvicina, è questa: l’Europa è pronta a difendere la coerenza del Green Deal se i principi valgono solo quando non costano?




