Il terzo minimo estremo in quattro anni nel Mare di Bellingshausen segnala un cambio di regime

Lo scorso giugno, lungo la costa occidentale dell’Antartide è scomparsa una porzione di ghiaccio marino grande quanto la Francia. Non un ritiro estivo, ma un’assenza in pieno inverno australe, quando la banchisa dovrebbe essere in piena espansione. Secondo Ted Scambos, glaciologo dell’Università del Colorado a Boulder, un’anomalia del genere non ha precedenti in almeno cinquant’anni di registrazioni satellitari — «e probabilmente per molto più tempo». Il dato arriva in un momento che obbliga a rivedere le mappe del rischio per chiunque progetti, installi o gestisca infrastrutture lungo le coste del pianeta.

Perché il ghiaccio non si forma più

Il Mare di Bellingshausen, il bacino che abbraccia la costa occidentale della penisola antartica, è stato l’epicentro del deficit. Secondo i briefing del Met Office britannico di inizio luglio, l’estensione complessiva del ghiaccio marino antartico si è fermata al sesto posto tra i valori più bassi mai registrati per quel periodo, con la voragine concentrata proprio nel Bellingshausen. La causa immediata è una configurazione atmosferica precisa: pressione molto bassa e temperature insolitamente miti vicino alla penisola hanno bloccato la formazione del ghiaccio.

Ma c’è un dato statistico che trasforma questa anomalia in un segnale: il mancato congelamento della scorsa stagione, spiega il dottor Will Hobbs, è il terzo minimo estremo in quattro anni nella stessa regione. «Tre volte in quattro anni», ha dichiarato Hobbs, indicando un ritmo che esce dalla variabilità naturale. Per capire quanto sia profondo il cambio di regime, basta riavvolgere il nastro: già nel giugno 2023 l’estensione antartica era scesa sotto il record minimo precedente di una superficie pari a quasi il doppio del Texas. Eppure, appena dieci anni prima, nel 2014, lo stesso sistema aveva toccato il suo massimo invernale storico. Dal 2016 in poi, la banchisa è rimasta quasi sempre sotto la media.

Immaginate di spingere un mobile pesante su un pavimento ruvido: all’inizio serve molta forza per vincere l’attrito statico, poi, una volta in movimento, basta uno sforzo minore per mantenerlo. Il ghiaccio marino antartico funziona in modo simile: dopo decenni di relativa stabilità, il sistema ha superato una soglia. Il feedback è circolare — meno ghiaccio significa più oceano scuro esposto, che assorbe più radiazione solare invece di rifletterla, e questo rende ancora più difficile la formazione di nuovo ghiaccio. A gennaio e febbraio di quest’anno, venti forti da sud hanno spinto il ghiaccio verso l’esterno nel Mare di Weddell, mascherando parzialmente il declino e portando a un minimo estivo vicino alla media: il sedicesimo più basso in 48 anni, secondo i dati del National Snow and Ice Data Center. Una pausa apparente che non ha cambiato la traiettoria di fondo.

Cosa cambia per chi gestisce la costa

Il ghiaccio marino non è solo una coperta bianca su un continente disabitato. È un cuscinetto meccanico che protegge le piattaforme di ghiaccio galleggianti dall’azione diretta del moto ondoso. Quando quel cuscinetto salta per periodi sempre più lunghi, le piattaforme si fratturano e i ghiacciai che vi si appoggiano accelerano il loro scarico in mare. Il dottor Phil Reid lo ha messo in termini diretti: periodi prolungati senza ghiaccio protettivo potrebbero accelerare la rottura delle piattaforme e lo scarico dei ghiacciai, innalzando il livello globale del mare. E qui entra in gioco il ghiacciaio Thwaites, che Scambos definisce «il più grande jolly nell’innalzamento del livello del mare futuro».

Il meccanismo ha già conseguenze misurabili sulla biosfera, e quelle conseguenze sono un indicatore proxy di ciò che accadrà alle infrastrutture costiere. Nella stagione riproduttiva 2022, quattro delle cinque colonie di pinguini imperatore nel Mare di Bellingshausen centrale e orientale — esattamente la zona rimasta senza ghiaccio lo scorso giugno — hanno subito un fallimento riproduttivo totale: il ghiaccio si è rotto prima che i pulcini sviluppassero piume impermeabili, facendoli annegare. È il primo caso documentato di collasso riproduttivo diffuso direttamente collegato a una contrazione su larga scala della banchisa.

Sotto la superficie, il krill antartico — il crostaceo che sostiene l’intera rete alimentare dell’Oceano Australe, dai pesci alle balene — perde il suo rifugio invernale sotto il ghiaccio, dove le larve trovano protezione e cibo. Ogni anello della catena che si indebolisce è un segnale di un ecosistema che si sta riorganizzando a una velocità che i modelli previsionali di pochi anni fa non contemplavano. Per chi progetta banchine portuali, centrali costiere, terminali di rigassificazione o isole energetiche, il messaggio è pragmatico: le curve di rischio per l’innalzamento del mare vanno ricalibrate su orizzonti temporali più corti. Scambos avverte che le isole dell’Oceano Indiano e del Pacifico subiranno un incremento del livello del mare superiore di circa il 30% rispetto alla media globale — un differenziale che trasforma una banchina progettata per durare cinquant’anni in un’infrastruttura a scadenza molto più ravvicinata.

Il conto del ghiaccio mancante lo pagheranno le coste del pianeta, e con loro ogni impianto che vi si affaccia.