Il primo rapporto annuale del sistema EPR mostra una macchina operativa ma il tasso di recupero degli imballaggi in plastica

Trecentonovemila tonnellate di imballaggi e carta venduti in un anno. Gli investimenti ci sono, i centri di raccolta aperti hanno già battuto gli obiettivi, le campagne di comunicazione hanno saturato lo Stato. Poi però guardi il dato che conta — quanta plastica torna davvero indietro? — e trovi un gelido 17 per cento scarso. È questo il paradosso che il primo rapporto annuale del sistema di Extended Producer Responsibility (EPR) per imballaggi e carta degli Stati Uniti, pubblicato nei giorni scorsi, consegna all’Oregon e a chi lo osserva come laboratorio nazionale. Il programma, partito il 1° luglio 2025 sotto la sigla del Recycling Modernization Act, è insieme una promessa mantenuta e un rebus ancora senza soluzione.

Il paradosso del lancio

La legge che ha reso tutto possibile porta la data del 2021 — Senate Bill 582, approvata durante la sessione legislativa di quell’anno ed entrata formalmente in vigore il 1° gennaio 2022 — ma è servito un triennio abbondante per passare dalla carta bollata ai primi centri aperti. Quando il programma ha spento la prima candelina, a fine 2025, i numeri operativi raccontavano un’accelerazione reale: venti depositi della rete RecycleOn già operativi nel centro e nel sud dello Stato, contro un target che ne fissava quindici. A questi si sono aggiunti, nei sei mesi di implementazione iniziale, oltre quarantaduemila carrelli per la raccolta e dodici camion nuovi, finanziati direttamente dal meccanismo che obbliga i produttori a coprire i costi del fine vita degli imballaggi che immettono sul mercato.

Ma l’infrastruttura non basta, e i dati ambientali lo ricordano con una crudezza che nessuna inaugurazione può mascherare. Nel 2025, i produttori partecipanti al programma hanno dichiarato di aver venduto in Oregon 409.510 tonnellate di prodotti coperti dalla normativa. Di contro, la fotografia più aggiornata del riciclo della plastica — risalente però al 2022, perché numeri più freschi la burocrazia non è ancora riuscita a processarli — inchioda lo Stato a un tasso di recupero del 17,05 per cento. Lo certifica il Dipartimento per la Qualità Ambientale dell’Oregon, il DEQ, che ha costruito la stima sui flussi di allora. Significa che più di otto imballaggi di plastica su dieci, nel momento in cui i legislatori discutevano la riforma, finivano altrove: discariche, inceneritori, dispersione. E nulla nel rapporto appena pubblicato suggerisce che la rotta abbia iniziato a invertirsi nel frattempo.

C’è una tensione, qui, che il documento di CAA Oregon — l’organizzazione dei produttori (Producer Responsibility Organization, PRO) che gestisce il sistema — non prova nemmeno a sciogliere. Da un lato la macchina amministrativa e logistica che ingrana; dall’altro l’indicatore ambientale che resta piatto. Come se si fosse costruito un motore più potente per una strada che nessuno ha ancora misurato. Il 2025 è stato definito, non a caso, un «anno di costruzione»: contratti, pianificazione, primi esborsi. I costi del programma, scrive CAA, sono rimasti sotto le proiezioni iniziali non perché si sia rinunciato a qualcosa, ma perché i tempi lunghi della messa a terra hanno spostato in avanti la spesa. La domanda implicita è se questo rodaggio prolungato abbia anche rimandato l’unica variabile che giustifica l’intero impianto: l’aumento dei volumi riciclati.

Chi paga, chi incassa

La risposta, parziale, è nel flusso di denaro che il rapporto descrive. Nel 2025 CAA ha girato più di sedici milioni di dollari — la cifra esatta è «oltre 16 milioni» — a otto impianti di recupero che operano nello Stato (i cosiddetti Commingled Recycling Processing Facilities, o CRPFs). Sono pagamenti che arrivano dal fondo alimentato dai produttori, lo strumento con cui l’EPR trasforma un principio astratto — «chi inquina paga» — in bonifici trimestrali. Il meccanismo è semplice: chi vende imballaggi in Oregon versa una quota proporzionale; quei soldi finanziano centri di raccolta, mezzi, comunicazione e compensi agli impianti di trattamento, con l’obiettivo di rendere conveniente ciò che il mercato da solo non riusciva a sostenere.

A ben guardare, la platea dei beneficiari è già più ampia del perimetro statale. La Circular Action Alliance, la struttura nazionale che fa da ombrello a CAA Oregon, è stata nel frattempo designata come PRO di riferimento in altri cinque Stati — California, Colorado, Maryland, Minnesota e, da ultimo, Washington — portando a sei il numero delle giurisdizioni in cui lo stesso soggetto gestisce il rapporto tra produttori e rifiuti. L’Oregon è stato il primo, ma non sarà l’unico, e i sedici milioni appena distribuiti vanno letti anche come la prova generale di un modello destinato a replicarsi su scala ben più grande. Per le imprese della filiera del recupero, l’arrivo dei fondi EPR ha già cambiato la geografia economica: chi prima chiudeva bilanci in perdita ora incassa trasferimenti certi. Per i produttori, invece, è iniziata una partita in cui l’onere finanziario — per ora contenuto — è destinato a crescere man mano che il sistema uscirà dalla fase di costruzione e comincerà a girare a regime, presumibilmente entro la fine del 2027.

Nel frattempo, le campagne di sensibilizzazione hanno raggiunto risultati che qualunque ufficio stampa esibirebbe con orgoglio: stando a quanto riportato nella relazione, nei primi sei mesi di attività la comunicazione ha toccato l’89 per cento degli adulti dell’Oregon. Un dato che dice molto sulla capacità del sistema di farsi vedere, ma che stride con il silenzio dei numeri sulla plastica. Sapere che esiste un nuovo centro RecycleOn non equivale a usarlo, e soprattutto non equivale a farlo bene — separando correttamente, riducendo la contaminazione, accettando che una bottiglia in PET non può essere buttata insieme al sacchetto di patatine. L’EPR finanzia i cassonetti, ma non può ancora finanziare l’alfabetizzazione materiale di quattro milioni di persone.

Il futuro in bilico

A dodici mesi dall’avvio, la domanda che il rapporto lascia sul tavolo è una sola, ed è la stessa che si ponevano i legislatori di Salem quando approvarono il Senate Bill 582: basterà spostare il conto dai municipi ai produttori per far salire quel 17 per cento? L’Oregon ha costruito una macchina che funziona — i centri ci sono, i fondi girano, i report vengono scritti — ma non ha ancora dimostrato che quella macchina porti da qualche parte. La prova arriverà quando i dati sul riciclo, finalmente aggiornati oltre il 2022, si incroceranno con la piena operatività del sistema. Per ora, la sensazione è quella di un decollo tecnicamente riuscito in cui nessuno ha ancora guardato fuori dal finestrino per capire se il panorama sta cambiando.

L’Oregon ha acceso il motore dell’EPR, ma la strada verso un’economia circolare è ancora in salita. Per i produttori, l’onere economico è appena iniziato; per i cittadini, la vera svolta è ancora da vedere.