Le emissioni belliche restano escluse dai bilanci nazionali dell’Onu, un vuoto normativo che mina gli accordi di Parigi
Oltre 43,9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente in un anno. È questa, secondo lo studio dell’Università di Siena, l’eredità climatica del primo anno di guerra nella Striscia di Gaza. Una cifra che nessun negoziato sul clima ha mai messo a bilancio, perché le emissioni dei conflitti sono la grande falla nei trattati internazionali. E mentre la diplomazia discute di target di neutralità al 2050, la polvere di Gaza racconta un’altra storia: quella di un territorio dove le bombe hanno incenerito ogni contabilità ambientale.
Il bilancio nascosto
Dietro quei 43,9 milioni di tonnellate c’è una realtà che fa impallidire le curve di decarbonizzazione di molti Stati. Già nel 2024, uno studio della Queen Mary University of London aveva calcolato che i primi 120 giorni del conflitto Israele-Gaza avevano prodotto più emissioni di quelle annuali di 26 paesi e territori, e proiettava che l’impronta della ricostruzione sarebbe stata più alta delle emissioni annuali di oltre 135 nazioni, alla pari di Svezia e Portogallo. Un dato che da solo basterebbe a bucare la retorica degli impegni climatici, se non fosse che le emissioni militari non vengono rendicontate.
Lo scorso marzo, un aggiornamento della stessa università ha portato la stima complessiva delle emissioni del conflitto a circa 33 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Cifre che raccontano un’emergenza climatica a sé, ma che restano fuori da ogni bilancio presentato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Nel frattempo, a metà marzo 2026, l’OCHA contava almeno 72.253 morti e 171.912 feriti. Numeri che sono insieme una catastrofe umanitaria e la premessa di un disastro ambientale senza precedenti.
La falla nei trattati
Il problema è noto, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di affrontarlo: le emissioni prodotte dalle guerre non compaiono nei rendiconti nazionali che gli Stati presentano all’UNFCCC. Nessun obbligo, nessun monitoraggio. E così la guerra a Gaza, con il suo carico di esplosivi e cemento polverizzato, diventa un caso scuola di questa omissione. Se si considera che nei primi quindici mesi di conflitto, fino a gennaio 2025, secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza sarebbero state impiegate oltre 100.000 tonnellate di esplosivi, si capisce che il buco contabile non è un dettaglio tecnico: è una voragine che rende vani i target climatici globali. Lo studio della Queen Mary lo dice senza giri di parole: serve una rendicontazione obbligatoria delle emissioni militari attraverso l’UNFCCC, altrimenti ogni promessa di decarbonizzazione si scontra con la realtà di una guerra che, da sola, emette più di interi paesi.
E mentre si discute di norme da riformare, sotto i radar dei negoziatori il conto ambientale cresce. Al cessate il fuoco del gennaio 2025, l’OCHA registrava 436.000 appartamenti distrutti o danneggiati, il 92% del patrimonio abitativo della Striscia. Ogni edificio polverizzato significa tonnellate di anidride carbonica già liberata e altre che verranno emesse per ricostruire. La ricostruzione, secondo le proiezioni, genererà un’impronta di carbonio più alta di quella di oltre 135 paesi. È un circolo vizioso che fa a pugni con qualsiasi strategia di mitigazione climatica.
Cosa resta dopo le bombe
Quando la polvere si posa, il veleno resta. Già nel giugno 2024, una relazione dell’UNEP segnalava che oltre 800.000 tonnellate di macerie erano contaminate da amianto. A settembre 2025, la stessa agenzia dell’ONU valutava che il 78% dei circa 250.000 edifici di Gaza era stato danneggiato o distrutto, generando 61 milioni di tonnellate di macerie. Circa il 15% di queste macerie, secondo l’UNEP, potrebbe essere ad alto rischio di contaminazione da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti. Non è solo un problema di smaltimento: è un’eredità tossica che minaccia le falde acquifere e la salute di chi sopravvive.
In un fazzoletto di terra di appena 365 chilometri quadrati, secondo i dati del Palestinian Central Bureau of Statistics, si sono accumulati mezzo milione di tonnellate di rifiuti e 50 milioni di tonnellate di macerie. E il suolo necessario per vivere è scomparso: dal 2023, l’UNEP stima che Gaza abbia perso il 97% delle colture arboree, il 95% delle terre arbustive e l’82% delle colture annuali. Mentre la diplomazia climatica si interroga su come raggiungere gli obiettivi di Parigi, Gaza è già una tomba tossica. Il costo della sua ricostruzione, in carbonio e in vite umane, supera quello di intere nazioni. Eppure, per i trattati internazionali, quelle emissioni non esistono. Un’omissione che non è solo un tecnicismo: è un’ipocrisia che grava come una cappa sulle macerie.




