Il programma “make-ready” del Massachusetts ha coperto il 70% dei costi, rendendo sostenibile l’infrastruttura per il complesso di 247 unità

Hai mai pensato di comprare un’auto elettrica ma vivi in un appartamento? «E dove la ricarico?» è la domanda che blocca molti, e non è una scusa: chi non ha un garage o un posto auto privato sa bene che il cavo non si può stendere dal balcone fino alla strada. Eppure, stando all’annuncio di Loop Global dello scorso maggio, una risposta concreta è già in funzione a Boston, nel quartiere di Hyde Park, e non ha nulla di improvvisato.

La spina che manca

Il problema è più banale di quanto sembri: la maggior parte delle ricariche domestiche avviene di notte, quando l’auto è ferma per ore. Se abiti in una villetta, installi una wallbox e sei a posto. Se vivi in un condominio, invece, servono decisioni collettive, spazi condivisi e, soprattutto, qualcuno che metta i soldi per l’infrastruttura. Non è un dettaglio tecnico: è la ragione per cui molti potenziali acquirenti di auto elettriche restano alla finestra.

Il progetto completato a maggio al 36-40 Sprague Street, nel quartiere Hyde Park di Boston, dimostra però che il nodo si può sciogliere. Non con un intervento simbolico da due colonnine nell’angolo del parcheggio, ma con un’infrastruttura pensata per un intero palazzo: 64 porte di ricarica di livello 2, sufficienti a servire tutte le 247 unità abitative del complesso. Secondo i dati di Ohm Analytics, si tratta del più grande progetto di ricarica per veicoli elettrici in un edificio multifamiliare mai realizzato a Boston.

Come è stato possibile realizzare un’infrastruttura del genere proprio dove il problema sembrava insormontabile? La risposta sta in un meccanismo che unisce incentivi pubblici, operatori specializzati e una visione di lungo periodo da parte dei costruttori.

64 spine per 247 famiglie

I numeri del progetto di Hyde Park raccontano una storia di fattibilità, non di eccezionalità. L’installazione delle 64 stazioni di ricarica Loop Flex 32A è iniziata nell’ottobre 2025 e si è conclusa nei primi mesi del 2026. A realizzarla è stata DMH Electric, l’impresa elettrica che ha lavorato a stretto contatto con Eversource, la utility locale del Massachusetts, per accedere agli incentivi previsti dal programma statale “make-ready”.

Ed è qui che il progetto smette di essere un caso isolato e diventa un modello replicabile: Eversource ha coperto circa il 70% dei costi totali attraverso il suo programma di incentivi. Una percentuale che ha finanziato non solo le opere infrastrutturali per tutte le 64 porte, ma anche una parte dell’hardware di ricarica. Tradotto in pratica: senza quel contributo pubblico, difficilmente un costruttore avrebbe affrontato da solo un investimento di questa portata per un edificio residenziale. Con il 70% dei costi coperto, invece, i conti tornano.

Non è un meccanismo oscuro da addetti ai lavori. Il programma make-ready del Massachusetts funziona in modo relativamente semplice: la utility si fa carico della parte più costosa dell’infrastruttura — scavi, cavidotti, allacciamenti — lasciando al proprietario dell’immobile (o al costruttore, come in questo caso) solo la quota residua e l’acquisto delle colonnine. È un approccio che cambia radicalmente la prospettiva: installare 64 punti di ricarica in un condominio passa dall’essere un azzardo finanziario a diventare una scelta di valore per l’immobile.

Loop Global, l’azienda che ha fornito le stazioni di ricarica, non è un gigante dell’energia ma un operatore specializzato che ha già venduto più di 7.000 stazioni in tutto il mondo attraverso una rete di oltre 750 elettricisti, come riportato da TechCrunch già nel 2022. Una rete di installatori locali, non un’unica squadra centralizzata: anche questo è un tassello che spiega come il progetto di Hyde Park sia potuto partire senza intoppi, con competenze già presenti sul territorio.

La rivoluzione silenziosa del mattone

Quella di Hyde Park non è una storia isolata. Mentre altrove si parla di grandi annunci e colonnine ultraveloci sulle autostrade, una rete di aziende sta cablando silenziosamente i condomini americani. SWTCH Energy, per esempio, ha siglato un accordo con Greystar — uno dei più grandi gestori immobiliari degli Stati Uniti — per installare 2.500 caricatori in 136 proprietà nello stato di Washington. Numeri che fanno capire come la ricarica condominiale stia diventando un mercato a sé, con logiche e operatori diversi da quelli delle colonnine pubbliche a bordo strada.

Loop Global, dal canto suo, ha chiuso il 2025 con circa 4.200 caricatori spediti in un solo anno, portando la sua rete globale a 8.500 punti di ricarica, come riportato in un comunicato diffuso all’inizio del 2026. Sono cifre che raccontano una crescita reale, non dichiarazioni di intenti.

Cosa significa tutto questo per chi vive in un appartamento e sta pensando a un’auto elettrica? Due cose. La prima: esistono già modelli di finanziamento — come il make-ready del Massachusetts — che rendono l’installazione di colonnine in condominio economicamente sostenibile. La seconda: c’è un ecosistema di aziende (Loop, SWTCH, DMH Electric e molte altre) che hanno fatto della ricarica multifamiliare il loro core business, non una linea di prodotto accessoria. Questo vuol dire competizione, prezzi più bassi e installatori preparati.

Non vuol dire, però, che la soluzione sia automatica ovunque. Gli incentivi cambiano da Stato a Stato, da utility a utility, e in Italia il quadro è diverso da quello americano. Ma il principio è lo stesso: se esiste un programma di sostegno e un operatore capace di gestire l’installazione dalla progettazione all’attivazione, dotare un condominio di colonnine diventa una decisione amministrativa, non un salto nel buio tecnologico. Chiedi al tuo amministratore condominiale se esistono incentivi simili nella tua zona: la risposta potrebbe sorprenderti. La ricarica in condominio non è più un miraggio: è una scelta informata, che parte da una semplice domanda.