Le associazioni rispondono alle accuse di chi le considera troppo rigide, mentre l’Italia resta indietro sugli obiettivi del 2030

Un patto per le rinnovabili… o quasi

Il comunicato delle tre associazioni si apre con una dichiarazione di principio che prova a ricucire: la tutela del paesaggio e la transizione energetica non sono in conflitto, perché è la crisi climatica stessa a minacciare in modo permanente paesaggi, patrimoni e comunità. Un ragionamento lineare, che sposta il baricentro del dibattito dal «dove mettiamo le pale eoliche» al «cosa resterà di quel paesaggio se non facciamo nulla». Le stesse organizzazioni, però, tengono a precisare di non essere pronte ad accettare qualsiasi progetto: «Non corrisponde alla realtà affermare che Greenpeace, Legambiente e WWF siano pronte ad accettare qualsiasi progetto. Abbiamo detto, e continueremo a dire, no quando occorre farlo», si legge nel comunicato. Parole che suonano come una risposta diretta a chi, dall’interno del mondo ambientalista, le accusa di essere diventate troppo permissive — o, a seconda dei punti di vista, troppo intransigenti.

L’appello all’unità arriva proprio mentre una frattura profonda si è aperta lungo la linea che separa chi vuole accelerare sulle rinnovabili a ogni costo e chi invece alza le barricate in difesa del territorio. E a giudicare dai toni, la pacificazione è tutt’altro che scontata.

I numeri che parlano: obiettivo lontano

E i numeri del Ministero lo confermano. Già a dicembre 2025, secondo i dati diffusi dal Kyoto Club, l’Italia aveva raggiunto solo il 28,9% dell’obiettivo finale fissato per il 2030 — una crescita lentissima rispetto al 23,8% registrato nel 2023. Siamo in ritardo, e la tabella di marcia non lascia scampo: per centrare i target servirebbe una progressione molto più rapida, che i ritmi attuali non riescono a garantire.

Proprio su questo scenario si è innestata, alla fine di giugno, una lettera aperta pubblicata dalla rivista l’Astrolabio degli Amici della Terra e indirizzata a WWF, Legambiente e Greenpeace. Il testo le accusa di essere troppo spesso «i più intransigenti nella difesa di qualsiasi progetto, anche i più inaccettabili. Anche di quelli collocati in borghi o luoghi di assoluto rilievo come Orvieto o le crete senesi». Un attacco frontale, che ribalta la narrazione: non più ostacolo alle rinnovabili per miopia conservatrice, ma difesa a oltranza di impianti mal progettati. Il risultato? Un cortocircuito che blocca tutto. Mentre gli ambientalisti discutono, il treno della transizione perde velocità.

Il paradosso: chi vince e chi perde

E a farne le spese, come sempre, sono cittadini e imprese. Le associazioni lo ricordano nel loro comunicato: un modello energetico basato sulle rinnovabili «può garantire bollette più competitive, come dimostra quanto accaduto in Spagna, ai 5 milioni di italiane e italiani in povertà energetica, che faticano ad arrivare alla fine del mese, e alle imprese messe in ginocchio dall’aumento dei prezzi dell’energia». Ma il paradosso è che, mentre ci si divide su dove posizionare gli impianti, lo spazio lo occupano i monopoli tradizionali. Sergio Ferraris, analista energetico, lo sintetizza così: l’ambientalismo anti-rinnovabili «consegna l’energia ai monopoli di sempre». Parole nette, che smascherano il costo reale delle divisioni: più spazio ai fossili, più potere a chi già controlla il mercato, più bollette pesanti per famiglie e aziende.

Resta da vedere se il fronte ambientalista saprà ricompattarsi prima che sia troppo tardi. Ma se persino gli ambientalisti si fanno la guerra, chi spingerà davvero il cambiamento?