Il decreto Fer 2 atteso da mesi rischia di far perdere all’Italia una filiera da miliardi mentre la Francia lancia
Già nel gennaio 2025 tremavano i 3,9 GW di eolico offshore pronti per la contrattualizzazione: il dibattito sui costi delle fonti rinnovabili più care era tornato a galla e il rischio di veder saltare tutto, dopo anni di attesa, era più che concreto. Un anno e mezzo dopo, il lavoro tecnico sul nuovo decreto Fer 2 non è ancora concluso. Lo scorso 3 luglio, intervenendo al summit dell’Anev, il direttore generale Mercati e infrastrutture del Mase Alessandro Noce ha dichiarato che l’analisi degli ultimi contributi degli operatori dovrebbe terminare «nelle prossime settimane», per poi sottoporre il testo al ministro. Peccato che quelle «prossime settimane» il settore le stia aspettando da mesi, se non da anni. E mentre a Roma si consultano stakeholder, Parigi ha già pubblicato un bando faraonico per 10 GW di nuova potenza offshore.
Un decreto che non arriva mai
La cronistoria è nota a chi segue il dossier. Dopo che a gennaio 2025 era riesplosa la polemica sui costi dell’eolico offshore — fonte cara rispetto ad altre rinnovabili ma essenziale per la decarbonizzazione — il Ministero ha avviato un tavolo di consultazione con gli stakeholder durato tre mesi. L’obiettivo era rivedere l’impianto del Fer 2, separando le aste per l’eolico a fondamenta fisse da quelle per il galleggiante, e rassicurare un comparto che nel frattempo vedeva congelati 3,9 GW di progetti. A distanza di un anno e mezzo, la direzione generale Mercati e infrastrutture energetiche del Mase sta ancora analizzando gli ultimi contributi arrivati dagli operatori. Il testo definitivo, stando alle parole di Noce, si farà «a brevissimo». Ma quando un decreto viene annunciato come imminente per mesi, la domanda non è più «quando arriva», bensì cosa si rischia di perdere nell’attesa.
La miniera dimenticata: miliardi, lavoro, indipendenza
La risposta sta nei numeri presentati proprio durante il summit dell’Anev di inizio luglio. Secondo lo studio sulle potenzialità del settore, l’eolico offshore galleggiante ha il potenziale per generare miliardi di investimenti, un elevato valore aggiunto e decine di migliaia di posti di lavoro. Non serve evocare centinaia di pale in mezzo al Mediterraneo per capire la posta in gioco: stiamo parlando di una filiera industriale capace di costruire un modello economico nazionale. L’Italia ha i cantieri, le competenze e una posizione geografica che la rende il candidato naturale per guidare lo sviluppo del galleggiante in Europa.
Eppure, senza un quadro normativo certo — senza un decreto che dica con chiarezza chi, come e quando potrà partecipare alle aste — quelle decine di migliaia di posti di lavoro restano sulla carta. Come ha spiegato Fulvio Mamone Capria, lo sviluppo della filiera dell’eolico offshore può garantire nuova occupazione e crescita economica, «finalizzata anche alla creazione di una filiera italiana integrata e al raggiungimento dell’indipendenza energetica nazionale». Parole che suonano quasi beffarde se accostate alla realtà di un decreto che non esce dalla fase di consultazione da oltre un anno.
Il punto è esattamente questo: l’inerzia burocratica non è un costo neutro. Mentre il Mase limava le virgole del Fer 2, gli investitori guardavano altrove. E oggi «altrove» ha un nome e un bando: la Francia.
La Francia corre, l’Italia s’impantana
Lo scorso 12 giugno, la Francia ha lanciato una gara per circa 10 GW di eolico offshore: 5 GW di impianti a fondamenta fisse e 5 GW di galleggiante. L’obiettivo dichiarato di Parigi è diventare leader mondiale nell’eolico galleggiante, con un target di quasi 6 GW installati entro il 2040. Non è una dichiarazione d’intenti: è un bando pubblico, con scadenze, criteri e procedure già scritte. Mentre l’Italia consultava i suoi stakeholder per tre mesi — e poi per altri tre, e poi ancora — la Francia ha messo sul piatto una capacità che da sola supera l’intera potenza eolica offshore che il nostro Paese spera di contrattualizzare da due anni.
Il problema non è solo geopolitico, è industriale. Le aziende che progettano, costruiscono e installano turbine galleggianti sono le stesse che valutano se investire in Italia o in Francia. Un bando da 10 GW con orizzonte 2040 è un magnete per capitali e know-how: offre certezza pluriennale, cosa che il sistema italiano — tra decreti in attesa e aste da riformare — oggi non può garantire. La domanda che resta aperta, dopo il summit dell’Anev, non è se il decreto Fer 2 arriverà. È se arriverà in tempo per evitare che quel tesoro di miliardi e posti di lavoro prenda la strada di Marsiglia.
Se l’Italia non sblocca il decreto nelle prossime settimane — quelle vere, non quelle annunciate — rischia di perdere non solo la sfida con la Francia, ma anche la strada più promettente verso un’energia elettrica prodotta in casa, senza dipendere dal gas altrui. Non è una questione di target al 2030 o al 2040. È una questione di cosa vogliamo fare del nostro mare: lasciarlo vuoto o metterlo a lavorare.




