Il progetto a Cipro ha registrato un aumento della resa del 65% e un calo del consumo idrico del 40%
Sono 956.000 le tonnellate di lamponi raccolte nel mondo nel 2023, secondo i dati FAOSTAT. Una montagna di frutti rossi cresciuti su terreni che, per un secolo, hanno conosciuto una sola regola: o produci cibo o produci energia. Mai insieme. Poi arriva un progetto europeo a Cipro, pannelli solari sospesi sopra i filari di lamponi, e rovescia il tavolo: più 65 per cento di resa, meno 40 per cento di acqua per grammo di frutto. Un’anomalia che interroga le politiche della transizione, quelle che da anni finanziano l’agrivoltaico senza mai chiedersi cosa succede davvero sotto quei moduli.
L’enigma dei fondi UE
Il progetto si chiama CODEVELOP-AG-SH-HE/0823/0118, un acronimo pensato per confondere, ed è finanziato dallo strumento NextGenerationEU dell’Unione Europea. Dentro c’è FarmPV, un’iniziativa biennale guidata da IQ3SOLAR con una rete di partner che include Mountain Berries Pitsillia, la Cyprus University of Technology, Eletoyia Photovoltaics e l’Università Politecnica delle Marche. L’obiettivo dichiarato è creare il primo sito pilota agri-fotovoltaico in cui il terreno venga usato contemporaneamente per produrre energia tramite pannelli e cibo – lamponi e ciliegie, nello specifico. Fin qui, tutto nella norma: l’Europa stanzia fondi, i consorzi si formano, i comunicati stampa si scrivono. Peccato che mentre la burocrazia comunitaria sforna bandi e acronimi, i progetti restano frammentati e i grandi player dell’energia accelerano altrove, su scala ben diversa.
La domanda che aleggia è sempre la stessa: con quali risorse e con che tempi si passa davvero dalla sperimentazione all’applicazione? Perché una cosa è un sito pilota con un numero limitato di moduli, un’altra è convincere un coltivatore di lamponi che può fidarsi di pannelli sospesi a tre metri da terra mentre il clima continua a fare scherzi. Ma cosa succede quando si misurano realmente i risultati sotto quei pannelli?
Il dato che spiazza
Ecco cosa succede: su un’intera stagione di primocane, da agosto a novembre, i lamponi cresciuti sotto il sistema che combina pannelli agrivoltaici Brite Solar e reti bianche hanno prodotto il 65 per cento di frutti in più rispetto a quelli coltivati in pieno campo. Non una differenza marginale, non un miglioramento percentuale a due cifre basse: sessantacinque per cento. E mentre la resa saliva, il consumo di acqua per grammo di frutto crollava del 40 per cento. Due numeri che, presi insieme, riscrivono le regole di un secolo di agricoltura e fanno sembrare obsoleta la separazione tra suolo agricolo e produzione energetica.
Va detto che la combinazione testata non è solo pannelli contro campo aperto, ma un sistema integrato che affianca la copertura fotovoltaica alle tradizionali reti bianche usate per proteggere le colture. Resta il fatto che l’effetto combinato è lì, misurabile: più frutti, meno acqua, stessa terra. E se si considera che la produzione globale ha già superato le 956.000 tonnellate nel 2023, il potenziale di scala non è teorico ma concreto, reale, già presente nei numeri del commercio internazionale.
Dietro questi risultati c’è anche una storia imprenditoriale che merita attenzione. Nick Kanopoulos, alla guida di Brite Solar, viene da un’esperienza come Managing Director per lo sviluppo dei canali in Europa, Africa e Medio Oriente nella Business Unit Solare di Applied Materials. Non esattamente un profilo da accademico isolato nel suo laboratorio. La scelta di applicare quella competenza industriale proprio ai lamponi, e proprio in un’isola mediterranea dove la scarsità d’acqua è cronica, suggerisce che l’agrivoltaico potrebbe funzionare meglio dove le condizioni sono più estreme, non dove tutto è già favorevole. Se i numeri sono questi, chi ne trarrà vantaggio?
La corsa dei giganti
Mentre Brite Solar pubblica i suoi record, altri giganti dell’energia non stanno a guardare. BayWa r.e. già alla fine del 2022 poteva contare quindici progetti agrivoltaici attivi, e lo scorso anno ha lanciato quattro nuovi siti pilota tra Paesi Bassi, Austria e Germania. Ma è il progetto fruitvoltaico dell’azienda a segnare il salto di scala: un impianto da 8,7 MWp con 24.206 moduli solari installati sopra una piantagione di lamponi. Numeri da centrale elettrica, non da esperimento universitario. Il coltivatore Martens van Hoof ha accettato di trasformare i suoi campi in un laboratorio a cielo aperto che produce frutta ed energia senza soluzione di continuità.
Il contrasto tra la ricerca pionieristica di FarmPV e la potenza installata da BayWa r.e. è il vero nodo della questione. Da un lato c’è la dimostrazione scientifica che l’integrazione funziona, anzi, migliora le rese; dall’altro c’è la macchina industriale che scala, costruisce, connette alla rete. La distanza tra i due mondi non è solo tecnologica ma politica: servono regole che consentano di replicare Cipro in Pianura Padana, di portare i moduli sopra i ciliegi senza dover ogni volta dimostrare da capo che le piante non muoiono e i frutti maturano. Resta una domanda aperta: chi guiderà la vera integrazione tra cibo ed energia? La ricerca pubblica finanziata con NextGenerationEU o la potenza di fuoco dei grandi operatori privati?
I numeri ci sono, la tecnologia funziona. Ora tocca alle politiche decidere se trasformare i campi in centrali energetiche senza perdere il raccolto. E i coltivatori di lamponi? Aspettano. Aspettano che qualcuno gli spieghi se conviene davvero fidarsi di quei pannelli, se gli incentivi arriveranno prima della prossima siccità, se l’ennesimo progetto pilota diventerà finalmente una filiera. Perché sessantacinque per cento di lamponi in più con il quaranta per cento di acqua in meno non è un’opinione: è un dato. E i dati, quando sono così netti, hanno il brutto vizio di mettere fretta a chi dovrebbe decidere.




