Il regolamento CRCF si completa con le metodologie per il carbon farming, ma l’integrazione con l’ETS resta incerta
Immaginate un mercato dove chiunque può coniare la propria moneta. Poi arriva uno Stato e dice: d’ora in poi, solo quelle con il mio sigillo hanno corso legale. È più o meno quello che è successo con i crediti volontari di carbonio. Da una parte, l’Unione europea obbliga le industrie a ridurre le emissioni con l’ETS, il sistema che fissa un tetto e un prezzo per ogni tonnellata di CO₂. Dall’altra, costruisce un’etichetta pubblica per il mercato volontario, quello dove aziende e privati comprano assorbimenti di carbonio senza che nessuna legge li costringa a farlo. Un mercato cresciuto nell’autoregolamentazione, tra scandali da greenwashing e standard privati che si fanno concorrenza. La domanda è semplice e scomoda: cosa succede quando il pubblico mette le mani in un gioco fin qui privato?
A rispondere, almeno in parte, ci ha pensato la Commissione europea che, lo scorso 9 luglio ha adottato tre metodologie di certificazione per il carbon farming nell’ambito del regolamento Carbon Removals and Carbon Farming, noto come CRCF. Il regolamento era stato adottato a dicembre 2024, mentre le metodologie per la rimozione permanente del carbonio erano arrivate a febbraio 2026. Ora, con le regole per il carbon farming, il quadro si completa. O quasi.
Il sigillo pubblico sui campi
Le metodologie approvate a luglio coprono attività come il rimboschimento, la gestione dei suoli agricoli e la riforestazione. Sono state messe a punto dopo una consultazione pubblica e discussioni con il gruppo di esperti sulla rimozione del carbonio. Tradotto: Bruxelles non ha scritto le regole a porte chiuse, ma ha ascoltato chi il mercato lo conosce. Il risultato è un passaggio tecnico che ha però un peso politico notevole. Perché il CRCF, come notava già a marzo lo studio legale GlobalELR, è il primo marchio emesso da un governo per i crediti volontari di carbonio. Non un’iniziativa di filantropi, non uno schema gestito da una ONG: un’etichetta con il bollo di uno Stato. E di uno Stato che, con l’ETS, ha già dimostrato di saper creare un mercato del carbonio con i denti.
Ma dietro il sigillo si nasconde una partita più complessa. Un’etichetta pubblica non serve a molto se nessuno la usa. E qui entra in scena il mondo degli schemi privati, quelli che finora hanno dominato il mercato volontario. Il CRCF non li spazza via, anzi: li invita a bussare alla porta.
I nuovi equilibri del mercato volontario
Se la Commissione ha messo il sigillo, ora tocca ai player privati decidere se aderire. La posta in gioco è alta e la dinamica è più sottile di quanto sembri. Verra, Gold Standard e Isometric possono richiedere il riconoscimento come schemi di certificazione CRCF. Non sono obbligati a farlo, ma hanno un incentivo potente: chi vuole comprare crediti con il bollo europeo deve passare attraverso uno schema riconosciuto. E una volta riconosciuti, adottano le metodologie dell’UE ma continuano a gestire i propri registri. Restano padroni dell’infrastruttura, insomma, ma devono suonare la musica scritta da Bruxelles.
È un compromesso che ridisegna gli equilibri. Da un lato, l’UE si afferma come benchmark pubblico, un arbitro che può dire cosa è credibile e cosa no. Dall’altro, i grandi schemi privati hanno la possibilità di mantenere il controllo operativo, a patto di accettare standard comuni. Chi potrebbe perderci sono gli schemi più piccoli, quelli che non hanno la massa critica per sostenere i costi dell’adeguamento o che basano il proprio business su metodologie che Bruxelles non riconoscerà mai. E ci sono anche gli agricoltori e i proprietari terrieri, che si trovano davanti a un bivio: vendere crediti su un mercato regolato da schemi privati, spesso più flessibili ma meno credibili, oppure puntare sul marchio UE, più solido ma con requisiti probabilmente più stringenti.
Il rebus dell’integrazione con l’ETS
Mentre gli schemi privati valutano se farsi riconoscere, Bruxelles ha un appuntamento che potrebbe cambiare le carte in tavola. Il regolamento CRCF prevede che la Commissione debba valutare entro luglio 2026 come integrare i crediti CRCF nell’EU ETS. Siamo a fine luglio: la valutazione è attesa, forse è già sui tavoli degli uffici competenti, e il suo esito è tutt’altro che scontato. Perché se i crediti volontari potessero essere usati per compensare gli obblighi ETS, la domanda esploderebbe. Ma si aprirebbe anche un vaso di Pandora: con quali limiti? Con quali garanzie di addizionalità e permanenza? E chi controllerebbe che un credito venduto come volontario non venga usato due volte, una per il marketing e una per la conformità?
L’ETS è un mercato da miliardi di euro, costruito su un principio semplice: meno permessi, più caro inquinare. Inserire i crediti di carbon farming in quel meccanismo significa mescolare due logiche diverse. Quella del volontario, dove un’azienda compensa le emissioni per reputazione, e quella dell’obbligatorio, dove la compensazione è un costo reale. Se il ponte sarà costruito male, il rischio è che il volontario diventi una scappatoia per l’obbligatorio. Se non sarà costruito affatto, il marchio CRCF resterà un bel sigillo senza mercato.
La partita è appena iniziata. Per agricoltori, certificatori e industrie, la vera sfida sarà trasformare un’etichetta in una garanzia di qualità. E farlo senza che il mercato volontario, nato per andare oltre gli obblighi, diventi un alibi per non rispettarli.




