Il pascolo ovino è l’unico modello su larga scala, mentre ortaggi e frutta restano esperimenti
Nel 1981, due scienziati tedeschi depositarono un brevetto che prometteva di unire le due grandi sfide del nostro tempo: energia pulita e produzione alimentare. Adolf Goetzberger e Armin Zastrow, ricercatori del Fraunhofer ISE, immaginarono campi dove i pannelli solari convivevano con le colture, proteggendole dal sole eccessivo e riducendo il consumo d’acqua. Quasi mezzo secolo dopo, l’annuncio che l’agrivoltaico può ridurre il consumo idrico del 30-40 percento continua a rimbalzare tra rapporti accademici e progetti pilota. Ma il volto più concreto di questa rivoluzione, a metà del 2026, ha la lana e bela: sono 20.000 pecore mandate al pascolo sotto i pannelli da un colosso dell’energia. Non pomodori, non grano, non ortaggi. Erba, e animali che la mangiano. È davvero questo il futuro dell’energia e dell’agricoltura?
La promessa di un’alleanza perfetta
Non si può dire che l’idea sia rimasta nei cassetti. Il progetto InSPIRE, finanziato dal Dipartimento dell’Energia americano, è a oggi il più grande, longevo e completo sforzo di ricerca agrivoltaica al mondo. Ha testato configurazioni, distanze tra i pannelli, varietà di piante. I siti solari Aurora in Minnesota, di proprietà di Enel, sono stati i primi progetti fotovoltaici commerciali su larga scala negli Stati Uniti a includere una ricerca completa sull’ecovoltaica, la branca che studia l’impatto degli impianti sulla biodiversità e sul suolo. Non stiamo parlando di esperimenti da laboratorio, ma di campi veri, con elettricità immessa in rete e ricercatori a misurare ogni parametro.
I risultati, quando arrivano, sono incoraggianti. Al Gemini Solar Project in Nevada, una distesa di pannelli nel deserto, le piante native sotto le strutture sono cresciute più grandi e più abbondanti rispetto a quelle fuori dal perimetro dell’impianto. Il Cornucopia Hybrid Solar Project in California produrrà 300 megawatt di elettricità. Sulla carta, un’alleanza perfetta: ombra che riduce lo stress idrico delle piante, suolo che non si degrada, energia che fluisce verso le città. Ma quarant’anni dopo quel brevetto tedesco, cosa è realmente cresciuto sotto i pannelli?
Il business delle pecore e il paradosso del risparmio idrico
Guardiamo ai numeri veri. Lightsource bp, uno dei maggiori sviluppatori solari al mondo, ha attivato il pascolo di pecore su 3 gigawatt del suo portafoglio operativo negli Stati Uniti. Gestisce oltre 20.000 capi. È il modello agrivoltaico di maggior successo commerciale: animali che tengono bassa la vegetazione senza bisogno di trattori o diserbanti, un equilibrio low-cost tra produzione elettrica e uso del suolo. Non serve irrigare, non serve concimare, non servono braccianti agricoli specializzati. Funziona.
Ed è anche l’unico modello che ha raggiunto una scala significativa.
Ed è qui che la promessa si incrina. Perché se l’obiettivo dichiarato dell’agrivoltaico è produrre cibo ed energia sullo stesso terreno, il pascolo ovino rappresenta una forma di agricoltura a bassissima intensità. Non sfama una popolazione crescente, non diversifica le filiere, non risponde alla domanda di ortofrutta che il cambiamento climatico mette a rischio nelle aree più esposte. È un prato, non un campo. E il prato, per quanto utile a contenere i costi di manutenzione degli impianti, non è la stessa cosa di un pomodoro o di un filare di vite.
C’è poi il dato sull’acqua, che viene brandito come la grande prova di efficienza. Già nel 2024, uno studio firmato da Warmann, Jenerette e Barron-Gafford aveva calcolato che l’agrivoltaico può tagliare il consumo idrico dal 30 al 40 percento. Una cifra che, se confermata su larga scala, sarebbe rilevante per l’intero Southwest americano, dove l’agricoltura contende ogni goccia alle città. Lo studio non è nuovo: circola da due anni. Ma è rimasto confinato alla letteratura scientifica e a qualche presentazione istituzionale, senza tradursi in un’esplosione di progetti che integrino davvero colture sotto i pannelli. Il motivo è semplice: far crescere pomodori o lattuga richiede impianti progettati diversamente, con pannelli più alti, distanziati, talvolta mobili. Costa di più. E nessuno, finora, ha voluto sostenere quel costo aggiuntivo senza incentivi mirati. Eppure, se l’acqua è così preziosa, perché il modello non è esploso?
L’acqua che non vediamo: la scommessa rimandata
L’acqua è il nodo centrale. Non quella che si vede nei canali di irrigazione, ma quella che non si consuma: il 30-40 percento in meno stimato da Warmann e colleghi è acqua che resta nelle falde, che non evapora, che non va pompata. In regioni come la California, dove il Cornucopia Hybrid Solar Project sorgerà nella contea di Fresno, il risparmio idrico non è un dettaglio ambientale: è una variabile economica e politica di prim’ordine. Eppure, né il governo federale né i singoli Stati hanno legato in modo vincolante l’autorizzazione di nuovi impianti solari all’adozione di pratiche agrivoltaiche. Esistono linee guida, raccomandazioni, programmi di ricerca come InSPIRE. Manca un meccanismo che dica: se vuoi installare pannelli su terreno agricolo, devi dimostrare che quel terreno continuerà a produrre cibo, o almeno che consumerai meno acqua di quanta ne consumeresti senza pannelli.
Lightsource bp mostra che un’azienda privata può scegliere di integrare il pascolo per una questione di gestione operativa: le pecore riducono i costi di manutenzione e migliorano i rapporti con le comunità locali. È una scelta di buon senso, non una scelta agricola. Il passaggio successivo — colture orticole, frutticole, foraggere di qualità — resta una scommessa che nessun grande operatore ha ancora raccolto su scala commerciale, perché manca il coraggio politico di premiare chi progetta impianti più complessi. I target ci sono, le dichiarazioni anche. Manca la domanda scomoda: con quali risorse e con che tempi?
L’agrivoltaico, nato dall’intuizione di due scienziati tedeschi quasi mezzo secolo fa, può essere la chiave per unire due crisi — quella energetica e quella alimentare — in un’unica soluzione. Ma finché resterà un esperimento accademico o un pascolo low-cost per tosaerba a quattro zampe, la transizione ecologica avrà perso una delle sue carte migliori. La tecnologia c’è. Manca il coraggio politico. Chi lo avrà?




