Il miglioramento del 54% non basta a colmare il divario con economie simili che hanno accelerato la transizione

Tre volte e mezzo la media europea. È il multiplo che fotografa l’intensità di carbonio dell’economia bulgara — la più alta dell’Unione — anche dopo un taglio netto delle emissioni per unità di PIL. Lo scorso 8 luglio, un’analisi firmata da Luba Nikiforova su RenewablesNow ha riacceso i riflettori su un paradosso che merita di essere smontato pezzo per pezzo: come può un Paese migliorare così tanto e restare così indietro? E, soprattutto, quanto costa questo ritardo a un’economia che vorrebbe agganciare il treno europeo?

Il paradosso dei numeri

L’intensità di carbonio si misura in chilogrammi di CO₂ equivalente per ogni euro di prodotto interno lordo. È il termometro che dice quanto è «sporca» un’economia, indipendentemente dalle dimensioni: due Paesi con lo stesso PIL possono avere impronte radicalmente diverse a seconda del mix energetico, della struttura industriale e dell’efficienza dei processi produttivi. E la Bulgaria, su questa metrica, è un caso estremo.

I dati, raccolti in un briefing del Parlamento europeo, raccontano una storia in due tempi. Primo tempo: tra il 2005 e il 2023 l’intensità di carbonio dell’economia bulgara è scesa del 54%. In meno di vent’anni, il Paese ha più che dimezzato la CO₂ emessa per generare un’unità di ricchezza. Un miglioramento che, sulla carta, farebbe invidia a molte economie occidentali. Secondo tempo: nel 2023 quella stessa intensità era ancora 3,5 volte la media dell’Unione. La Bulgaria resta l’economia più carbon-intensive d’Europa, e il distacco dal resto del continente non si è affatto colmato.

Il paradosso si scioglie guardando alla linea di partenza. All’inizio del secolo la Bulgaria bruciava quantità enormi di lignite — il carbone più sporco, a basso potere calorifico e alto contenuto di ceneri — per alimentare un apparato industriale ereditato dall’era sovietica, caratterizzato da impianti obsoleti e rendimenti termodinamici modesti. Quando parti da un’intensità di carbonio che è multipla rispetto alla media UE, anche un crollo del 54% ti lascia con un differenziale importante. È la stessa logica per cui un’auto che consuma 20 litri per 100 chilometri può passare a 9,2 e restare comunque ben sopra i 5,5 della media del parco circolante. Il miglioramento è reale, ma il gap assoluto resiste. E fin qui, è matematica.

Quello che i numeri non dicono — ma lasciano intuire — è cosa sia successo negli altri Paesi nello stesso arco di tempo. Mentre la Bulgaria tagliava il 54%, molte economie dell’Europa centrale e orientale con punti di partenza simili — pensiamo a Polonia, Repubblica Ceca o Romania — acceleravano su rinnovabili, efficienza e sostituzione del carbone con il gas. La forbice si è allargata perché il ritmo del miglioramento bulgaro, pur significativo in termini assoluti, non è bastato a tenere il passo dei vicini. Così il paradosso si trasforma in una domanda scomoda: se il miglioramento è stato così marcato, perché la Bulgaria è ancora in fondo alla classifica?

Il costo del ritardo

La risposta sta nel punto di partenza e nelle scelte rimandate. Mentre altri Paesi acceleravano, la Bulgaria accumulava un ritardo che oggi si traduce in un conto salato. Già nel 2025 la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo metteva nero su bianco, nella sua strategia Paese per il quinquennio 2025-2030, che la Bulgaria «è in ritardo nel raggiungimento degli obiettivi UE» e deve affrontare una pressione crescente per decarbonizzare un’economia ad alta intensità energetica, anche attraverso investimenti in fonti rinnovabili.

Essere in ritardo sugli obiettivi europei non è una questione di immagine. Significa esposizione al costo delle quote di emissione nel sistema ETS, che dal 2021 ha superato stabilmente i 60 euro per tonnellata e ha sfiorato i 100 euro nei momenti di tensione sul mercato del gas. Per un’economia che produce ricchezza emettendo 3,5 volte la CO₂ media europea per ogni euro di PIL, ogni tonnellata di anidride carbonica pesa sul conto economico delle imprese in modo sproporzionato rispetto ai concorrenti continentali. Non è una questione di impegno ambientale: è un dazio occulto sulla competitività, che cresce con il prezzo del carbonio e colpisce proprio i settori energivori — acciaio, cemento, chimica di base — che in Bulgaria rappresentano ancora quote rilevanti del valore aggiunto industriale.

Il costo del ritardo, in altre parole, non è una proiezione futura: è una voce che l’economia bulgara sta già pagando, incorporata nel differenziale di competitività che la separa dai partner europei. E allora la domanda cambia forma: decarbonizzare è solo un obbligo imposto da Bruxelles?

Oltre la conformità

Forse no. Guardando ai numeri, la vera posta in gioco è un’altra. La decarbonizzazione non serve soltanto a evitare sanzioni o a centrare target negoziati nei corridoi della Commissione. Serve a portare l’intensità di carbonio bulgara verso la media UE, riducendo l’esposizione al prezzo del carbonio e allineando i costi di produzione a quelli dei concorrenti. È la differenza tra subire la transizione come un vincolo esterno e usarla come leva per chiudere un gap strutturale che dura da decenni. Per la Bulgaria, il problema non è essere tra i buoni o i cattivi della classe europea: è smettere di pagare un sovrapprezzo occulto su ogni unità di PIL prodotta, semplicemente perché il proprio mix energetico è rimasto agganciato a un modello che il resto d’Europa sta abbandonando. La decarbonizzazione, in quest’ottica, non è un lusso ma l’unica strada per restare agganciati al treno dell’economia europea. Con 3,5 volte la media continentale ancora da smaltire, il lavoro è appena cominciato.