Il decreto FER2 doveva sbloccare gli investimenti, ma si è trasformato in un collo di bottiglia
A giugno 2024 Terna aveva già raccolto 84 GW di richieste di connessione alla rete per progetti eolici offshore. A fronte di questa valanga di interesse, la capacità operativa installata in Italia è di 30 megawatt. Non gigawatt: megawatt. Lo stesso ordine di grandezza di un singolo parco pilota francese. C’è qualcosa che non torna, e non è la tecnologia. È la distanza tra l’annuncio politico e un quadro regolatorio che consenta davvero di costruire.
Il gigante dormiente dell’eolico offshore
L’Italia è il terzo mercato più promettente al mondo per l’eolico offshore galleggiante, secondo gli analisti di Green Giraffe. I numeri del sottosuolo industriale lo confermano: 130 progetti sono stati presentati nell’ambito del decreto FER2, di cui soltanto 4 hanno ottenuto il via libera da Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero della Cultura, per un totale di 2,3 gigawatt. Un imbuto che parla da solo: il mercato spinge, la macchina pubblica frena.
Come si sia arrivati a questo cortocircuito lo raccontano le tappe degli ultimi due anni. Alla fine del 2024, il MASE ha fermato l’asta sostenendo che non c’erano abbastanza operatori in competizione, nonostante fossero già stati autorizzati 1,3 GW. Poi, nel corso del 2025, con progetti approvati saliti a 2,3 GW, è emerso il nodo di una tariffa unica per impianti fissi e galleggianti, come se costruire su fondali bassi davanti a Rimini e installare turbine ancorate in mare aperto fossero la stessa cosa. Non lo sono, e i conti non tornano per chi investe.
Revisione FER2: un passo avanti o l’ennesimo rinvio?
La risposta ufficiale a questa paralisi porta la data del 2 luglio scorso, quando il MASE ha comunicato di aver avviato un percorso di revisione del decreto FER2. A dichiararlo è stato Alessandro Noce, Direttore Generale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, che ha parlato della necessità di verificare l’adeguatezza del decreto alla luce dell’evoluzione del mercato e del quadro europeo. Parole misurate, da burocrate. Ma il problema non è verificare: è decidere. E decidere in fretta.
Mauro Fabris, che guida Renexia, ha usato un registro diverso: accorciare i tempi tra pianificazione e autorizzazione dei progetti è ormai una questione di sicurezza nazionale. Non è retorica da addetti ai lavori. In un paese che dipende dall’importazione di gas e che ha visto quanto può costare l’instabilità geopolitica, avere gigawatt di energia pulita bloccati dalla burocrazia è esattamente questo: un problema di sicurezza. Simone Togni, presidente dell’ANEV, rivendica che l’Italia dispone di tutte le competenze industriali, tecnologiche e progettuali per essere protagonista nell’eolico offshore. Ha ragione. Ma la competenza senza un quadro regolatorio affidabile resta in vetrina.
Poi c’è il capitolo ambientale. Alessandro Giannì di Greenpeace Italia ricorda che l’eolico offshore galleggiante può facilitare la tutela e il ripristino degli ecosistemi marini. Le turbine galleggianti, a differenza di quelle fisse, non richiedono trivellazioni distruttive sui fondali e possono convivere con le attività ittiche. È un argomento che sposta il dibattito dal “se” al “come”. Ma anche qui: servono regole di coesistenza, indirizzi precisi, tempi di valutazione certi. Senza, ogni progetto diventa un corpo a corpo con la soprintendenza di turno.
Mentre Roma riflette, Parigi costruisce
Basta guardare oltre confine per misurare il ritardo. A giugno 2025 la Francia ha messo in funzione il suo primo parco eolico galleggiante: Provence Grand Large, 25 MW con tre turbine Siemens Gamesa da 8 MW ciascuna. Poca roba in termini assoluti, ma è roba che esiste, che produce elettricità, che ha superato la fase delle slide. Mentre quel parco entrava in esercizio, la Commissione Europea approvava un piano francese da 11 miliardi di euro per tre parchi galleggianti da 1,5 GW complessivi. Undici miliardi di aiuti di Stato autorizzati da Bruxelles per costruire e gestire impianti che l’Italia ha in cantiere solo sulla carta.
La partita del Mediterraneo è insieme industriale e strategica. Uno studio di WindEurope diffuso a metà luglio 2026 conferma che la tecnologia da sola non basta: servono pianificazione, regole chiare, infrastrutture portuali, competenze e una filiera che cresca insieme ai progetti. La Francia lo ha capito e si è mossa. Ha costruito porti, ha negoziato con Bruxelles, ha messo in fila le autorizzazioni. L’Italia ha prodotto annunci e stop-and-go che hanno allontanato investitori. Non è una questione di vento o di profondità marine: è una questione di certezza del diritto. Chi programma un impianto da centinaia di milioni ha bisogno di sapere a quale tariffa potrà vendere l’energia e in quanto tempo otterrà i permessi. Se queste due variabili restano sospese, il capitale va altrove.
La finestra per agire si sta chiudendo. La filiera dell’eolico galleggiante non aspetta: cantieri, navi specializzate, personale formato seguono gli ordini, non le intenzioni. Se l’Italia non offrirà condizioni competitive, a costruire le turbine nel Mediterraneo saranno i porti francesi, spagnoli, forse greci. E a quel punto il terzo mercato più promettente al mondo sarà solo un elenco di progetti respinti e di occasioni perse.




