Il giacimento era già stato dichiarato illegale da un giudice a gennaio 2025
Meno dello 0,02 per cento delle emissioni globali. È il peso che il giacimento Jackdaw, nel Mare del Nord, avrebbe sul clima del pianeta nell’arco della sua vita. Lo ha calcolato la stessa società che lo vuole estrarre, Adura, e il dato è talmente esiguo da sembrare un argomento a favore: perché preoccuparsi di una virgola? Eppure dietro quella virgola c’è un groviglio di sentenze, 10,8 miliardi di sterline di investimenti e una consultazione pubblica che si chiuderà il 10 agosto. Ed è proprio in queste settimane, con il dossier riaperto dopo che un giudice aveva dichiarato l’approvazione illegale, che il paradosso britannico si fa più nitido: estrarre gas che, secondo l’organizzazione ambientalista Uplift, non basterà nemmeno a ridurre la dipendenza dalle importazioni.
Il verdetto e la (ri)corsa all’approvazione
Tutto ricomincia da una sentenza. Era il gennaio 2025 quando la Corte di Sessione di Edimburgo stabilì che i consensi concessi per i giacimenti Jackdaw e Rosebank erano stati rilasciati in modo illegale. Il giudice Lord Ericht impose ai proprietari di ottenere una nuova approvazione da Londra prima di poter avviare la produzione. Da allora, la macchina amministrativa si è rimessa in moto, e il governo britannico si trova ora a dover rifare l’esercizio: valutare l’impatto di un progetto già dichiarato fuorilegge una volta, e farlo con la consapevolezza che quell’impatto, su scala planetaria, è minimo. Ma è proprio la misura di quel «minimo» a essere la vera questione politica.
Lo scorso novembre, Adura aveva presentato una valutazione aggiornata in cui stimava che il campo Jackdaw potrebbe produrre fino a 35,8 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente nell’arco della sua vita. Un numero che, da solo, dice poco. Messo accanto allo 0,02 per cento del totale globale, sembra la conferma che fermare Jackdaw non salverebbe il clima. Ma la sentenza non riguardava la quantità di emissioni: contestava il processo. E ora, mentre l’Offshore Petroleum Regulator for Environment and Decommissioning raccoglie osservazioni fino al 10 agosto, il governo deve decidere se assecondare la logica della percentuale irrisoria o tenere fede a un principio di coerenza tra impegni climatici e atti amministrativi.
L’illusione dell’indipendenza energetica
Il cuore del paradosso sta tutto in una frase che circola nei documenti e nei comunicati: «sicurezza energetica». Da anni la politica britannica, da Ed Miliband a molti esponenti conservatori, giustifica nuove licenze nel Mare del Nord con la necessità di ridurre la dipendenza dal gas straniero. Peccato che, come fa notare Uplift, il Regno Unito dopo cinquant’anni di trivellazioni abbia già bruciato la maggior parte del proprio gas, e un giacimento relativamente piccolo come Jackdaw farà molto poco per tagliare le importazioni. In altre parole, il gas che dovrebbe emancipare il paese non basta neppure a spostare la bilancia commerciale. È una promessa che si sgonfia quando la si guarda da vicino, e che rischia di lasciare in eredità più emissioni senza il beneficio strategico sbandierato.
Poi c’è la questione climatica, che la percentuale rassicurante rischia di nascondere. Lo 0,02 per cento di emissioni globali è una misura che, secondo Adura, rende l’impatto del progetto trascurabile. Ma se ogni paese ragionasse così, il carico collettivo diventerebbe insostenibile. Il punto non è se Jackdaw da solo possa alterare il termometro planetario: è se aprire nuovi fronti di estrazione di combustibili fossili sia compatibile con gli impegni assunti dal Regno Unito in sede internazionale. La Corte di Sessione, del resto, non ha contestato la percentuale ma la procedura, e il fatto che il governo non avesse considerato adeguatamente le emissioni a valle, quelle generate quando il gas viene bruciato. L’Agenzia internazionale per l’energia ripete da tempo che per restare nei limiti dell’accordo di Parigi non servono nuovi giacimenti. Jackdaw, con i suoi decenni di vita produttiva, si colloca esattamente nella direzione opposta.
Posta in gioco da 10,8 miliardi
Dall’altro lato della bilancia ci sono i numeri dell’economia. Jackdaw e Rosebank rappresentano insieme un investimento combinato di 10,8 miliardi di sterline, con più di tre quarti di quella cifra destinati a fornitori e manodopera britannici. Adura, nata dalla fusione delle attività britanniche di Equinor e Shell, è oggi il più grande produttore indipendente del Mare del Nord, e ha tutto l’interesse a trasformare quella montagna di capitali in una piattaforma produttiva. Fermarsi ora significherebbe lasciare a terra non solo il gas, ma anche migliaia di posti di lavoro e una filiera che da Aberdeen si estende a mezza Scozia.
La consultazione pubblica in corso è l’ultimo atto prima del verdetto politico. Ambiente, lavoro e sicurezza energetica sono i tre assi su cui si gioca la partita, ma i dati disponibili rendono difficile tenerli insieme senza contraddizioni. Da una parte, un impatto climatico che la stessa Adura definisce irrilevante in valore assoluto; dall’altra, la certezza che quel gas non ridurrà la dipendenza dall’estero. In mezzo, 10,8 miliardi di sterline di scommesse industriali e un precedente legale che ha già dimostrato quanto sia fragile il confine tra un permesso e una violazione della legge. Il 10 agosto scade il termine per dire la propria. Poi toccherà al governo sciogliere il nodo: assecondare gli investitori o onorare le sentenze e gli impegni climatici. Con l’imbarazzo di ammettere che, in fondo, neppure lo 0,02 per cento è mai stato davvero la questione.




