La nuova norma introduce il silenzio-assenso e abbassa la soglia per la condivisione dei benefici a 7 MW

Lo scorso 2 luglio il Parlamento europeo ha adottato una proposta legislativa che riscrive le regole per allacciare nuovi impianti alla rete elettrica. La commissione Industria, ricerca ed energia ha votato con 57 sì, 3 no e 8 astensioni un pacchetto che impone alle autorità di rete di concludere le procedure di connessione entro tre mesi. Se la scadenza viene superata, per alcuni progetti scatterà il silenzio-assenso: niente risposta equivale a un via libera. Una regola da manuale di semplificazione amministrativa, che prova a smontare il collo di bottiglia più citato da chi sviluppa parchi eolici e fotovoltaici.

La scadenza che cambia le carte

Il meccanismo è lineare: un gestore di rete che riceve una richiesta di connessione per un impianto rinnovabile ha tre mesi di tempo per completare l’istruttoria e comunicare l’esito. Non sei, non dodici: novanta giorni. Se il termine passa senza una risposta formale, il progetto può essere considerato approvato in modo tacito. Non tutti i progetti, precisa il testo, ma una fetta significativa di quelli che oggi restano impantanati per mesi — a volte anni — in attesa di un timbro. La norma vuole rovesciare l’inerzia: finora il silenzio dell’amministrazione equivaleva a un fermo operativo; d’ora in poi, in certe condizioni, equivarrà a un’autorizzazione.

Accanto alla tagliola temporale, i deputati hanno ritoccato un altro parametro concreto: la soglia per l’obbligo di condivisione dei benefici. Fino a ieri, solo gli impianti sopra i 10 MW dovevano redistribuire una parte del valore economico generato alle comunità locali che li ospitano o ne subiscono l’impatto. La nuova proposta la abbassa a 7 MW. Significa che un parco fotovoltaico da 8 MW — taglia ormai comune per i progetti a terra — rientrerà automaticamente nel perimetro della condivisione. Meno margine per chi progetta restando fuori radar, più coinvolgimento diretto dei territori.

Code da incubo e amministrazioni sommerse

Per capire perché una scadenza di tre mesi sia diventata necessaria, basta guardare dentro gli uffici delle autorità di rete. «Il sistema è intasato; le autorità sono sovraccariche», sintetizzava WindEurope già mesi fa, descrivendo un quadro in cui le pratiche di connessione si accumulano senza sosta. Il dato di partenza è che l’accesso alla rete elettrica è oggi il principale ostacolo alla diffusione delle rinnovabili su larga scala: puoi avere il finanziamento, il sito, la tecnologia pronta, ma senza il nulla osta del gestore di rete il progetto resta sulla carta.

Giles Dickson, amministratore delegato di WindEurope, ha descritto il problema in modo ancora più granulare: «ci sono code enormi di impianti eolici e solari che hanno fatto richiesta di connessione», ha spiegato, aggiungendo che servono azioni urgenti per filtrare i progetti speculativi e dare priorità a quelli validi. Non tutti i richiedenti, in altre parole, hanno un impianto realmente cantierabile. Molti bloccano capacità di rete per opzioni speculative, sperando di rivendere il diritto di connessione o di monetizzare una posizione in coda. Il risultato è che i progetti solidi restano intrappolati in attese che possono superare i cinque anni, mentre le reti elettriche europee sono diventate un collo di bottiglia invece di accompagnare la transizione.

Cosa cambia per chi mette i pannelli

Per un developer che ha già investito in studi di fattibilità, terreni e iter autorizzativi, la differenza tra un’attesa infinita e una risposta in tre mesi è la sopravvivenza del business case. Con la nuova norma, il gestore di rete sa che se non decide entro novanta giorni rischia di vedersi imporre un allaccio senza averlo potuto negoziare nei dettagli. Questo cambia gli incentivi: l’amministrazione ha un motivo stringente per accelerare, e il proponente ha una data certa oltre la quale il progetto può comunque partire.

L’abbassamento della soglia di condivisione dei benefici a 7 MW tocca invece la relazione con i comuni e le comunità locali. Un numero maggiore di impianti sarà tenuto a redistribuire parte dei ricavi o a finanziare opere compensative. Per chi sviluppa, questo introduce un costo aggiuntivo ma anche uno strumento per ridurre l’opposizione territoriale. Non è un dettaglio: in molti casi i progetti si arenano non per ragioni tecniche ma perché manca il consenso di chi vive accanto alle turbine o ai pannelli.

Resta il tema del filtraggio. La scadenza di tre mesi, da sola, non distingue un progetto speculativo da uno cantierabile. La palla passa agli Stati membri, che dovranno scrivere le norme attuative per separare le richieste serie dalle opzioni finanziarie. La Banca europea per gli investimenti ha avvertito che senza aggiornamenti massicci delle infrastrutture fisiche l’Europa non riuscirà a fornire elettricità verde e a prezzi contenuti a un numero sufficiente di case e imprese, e la transizione industriale resterà bloccata in attesa di connessioni. La riforma approvata a luglio è un passo sulla carta: il banco di prova sarà la capacità degli uffici tecnici di smaltire le code arretrate senza generare nuovi colli di bottiglia, e di farlo distinguendo chi ha davvero pale e moduli pronti da chi sta solo occupando un posto in fila.