L’invecchiamento della forza lavoro e la scarsa formazione aggravano la carenza di personale qualificato
L’Unione Europea ha un piano, una tabella di marcia e un obiettivo dichiarato: servono oltre 1 milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030 per portare a termine la transizione energetica e l’espansione della capacità manifatturiera. La cifra, contenuta in un’analisi del Joint Research Centre pubblicata il 16 gennaio 2024, è il numero magico che dovrebbe accompagnare il Green Deal dalla carta alla realtà. Peccato che già oggi l’Europa non riesca a trovare le persone per fare quei lavori. Il mercato del lavoro manda segnali che nessuno sembra voler ascoltare: nei settori chiave per la transizione – manifatturiero, fornitura di energia, attività scientifiche e tecniche – i tassi di posti vacanti sono raddoppiati tra il 2020 e il 2023. Non un aumento graduale. Un raddoppio netto, in tre anni.
Un milione di posti che nessuno occuperà
Il problema non è soltanto quantitativo, è strutturale. Mentre Bruxelles continua a sfornare target occupazionali, la forza lavoro dei settori energetici invecchia a un ritmo che rende quegli obiettivi quasi grotteschi. Già nel 2021, oltre un terzo dei lavoratori nel settore elettrico aveva tra i 50 e i 74 anni. Significa che una fetta consistente di chi oggi tiene in piedi la rete, le centrali e gli impianti andrà in pensione nei prossimi dieci anni. E non c’è una generazione pronta a raccogliere il testimone. Il raddoppio dei posti vacanti non è un’anomalia congiunturale: è la spia di un sistema che sta perdendo pezzi più velocemente di quanto riesca a rimpiazzarli.
La domanda di competenze tecniche – elettricisti specializzati in impianti rinnovabili, tecnici di rete, operai per linee di assemblaggio di batterie e pannelli – sta esplodendo, ma l’offerta formativa arranca. I numeri sono impietosi. Nel 2022, la partecipazione dei dipendenti alla formazione continua era ferma al 14% nel settore della fornitura energetica e al 10% in quello manifatturiero. Due settori che dovrebbero trainare la riconversione industriale del continente, e in cui appena un lavoratore su dieci – nel migliore dei casi uno su sette – ha seguito un corso di aggiornamento. Il resto della forza lavoro opera con competenze che, in molti casi, risalgono a un’epoca pre-digitale. E su quelle competenze l’UE vorrebbe costruire la propria sovranità energetica.
L’età media alta non è un dettaglio anagrafico: è il preavviso di un’emorragia di know-how. Quando gli attuali cinquantenni e sessantenni usciranno dal mercato, si porteranno via decenni di esperienza operativa. E i programmi di affiancamento intergenerazionale, dove pure esistono, sono troppo pochi e troppo lenti per colmare il vuoto. Il risultato è che già oggi le aziende faticano a completare gli organici, e la situazione è destinata a peggiorare ben prima del 2030. Il milione di posti di lavoro promesso rischia di restare un esercizio contabile in un rapporto della Commissione, mentre sul territorio si allarga la forbice tra domanda e offerta.
E la Cina intanto ne impiega tre milioni
Se l’Europa fatica a trovare operai per le proprie fabbriche verdi, la Cina non ha questo problema. Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il comparto manifatturiero cinese dell’energia pulita impiega all’incirca 3 milioni di lavoratori. Tre milioni di persone che producono pannelli solari, batterie per veicoli elettrici, turbine eoliche e componentistica per le reti. La Cina da sola rappresenta l’80% dei posti di lavoro globali nella produzione di pannelli solari fotovoltaici e batterie per auto elettriche. Non è competizione: è dominio.
Il Net-Zero Industry Act dell’UE, nel frattempo, fissa l’obiettivo di soddisfare almeno il 40% del fabbisogno annuale di implementazione con capacità produttiva interna entro il 2030. Tradotto dal burocratese: l’Europa vorrebbe produrre in casa quattro pannelli e quattro batterie su dieci che installerà. Ma con quale forza lavoro? Con quali competenze? La risposta, per ora, non c’è. Il paradosso è che mentre Pechino costruisce supply chain integrate che vanno dall’estrazione delle terre rare all’assemblaggio finale, l’UE discute di target di contenuto locale senza aver prima risolto il prerequisito umano.
La carenza di lavoratori qualificati, secondo un’analisi del Delors Centre, potrebbe diventare il vincolo principale per le ambizioni verdi dell’UE. Non i soldi, non la tecnologia, non la volontà politica: le persone. O meglio, la loro assenza. In un mercato globale dove la Cina può contare su economie di scala nella formazione tecnica – con istituti professionali che sfornano ogni anno centinaia di migliaia di tecnici specializzati – l’Europa si presenta con un sistema di istruzione e formazione professionale frammentato, sottofinanziato e scollegato dalle reali esigenze industriali. Il Net-Zero Industry Act rischia di diventare l’ennesimo elenco di buone intenzioni se non si affronta questo collo di bottiglia.
La formazione, l’anello mancante
Eppure l’Europa aveva visto il problema. Già nel 2019, quando la presidente von der Leyen lanciò il Green Deal, il discorso pubblico prometteva una transizione «giusta», che non lasciasse indietro nessuno. Quasi 20 miliardi di euro sono stati stanziati attraverso il Fondo per una Transizione Giusta per investire nella diversificazione delle economie e nella riqualificazione dei lavoratori nelle regioni più vulnerabili. Una cifra importante sulla carta, ma che si scontra con la realtà di quei tassi di partecipazione alla formazione. Il 14% e il 10% del 2022 non sono accidenti statistici: sono la prova che tra lo stanziamento dei fondi e la loro capacità di arrivare davvero ai lavoratori c’è un abisso.
Il rischio è che senza un intervento massiccio e immediato – che ripensi i meccanismi di accesso alla formazione, li renda obbligatori o li agganci a incentivi fiscali per le imprese – il vincolo delle competenze trasformi le ambizioni verdi in una dipendenza ancora maggiore dall’import cinese. Perché se non avremo i tecnici per installare i pannelli o gli operai per assemblare le batterie, quei pannelli e quelle batterie continueremo a comprarli da chi li sa fare. E il 40% di autonomia produttiva resterà un miraggio. La transizione verde non si fa solo con pannelli e batterie, ma con mani e cervelli. Senza una strategia credibile sulle competenze, l’Europa rischia di rimanere a guardare mentre altri costruiscono il suo futuro energetico.




