Sei anni dopo il disastro, la High Court di Londra dovrà decidere se la casa madre di Primark è responsabile
Sette morti, un villaggio spazzato via, una data: maggio 2028. Per i sopravvissuti di Kanseche, la strada che porta a un’aula della High Court di Londra non è lastricata di speranza: è un ponte sospeso su quasi sei anni di silenzio, sospetti e carte bollate. La sentenza che ha ordinato il processo contro Associated British Foods plc (ABF), proprietaria di Primark, è arrivata lo scorso giugno. Ma per chi ha perso tutto nella notte della tempesta tropicale Ana, il 2028 è un orizzonte che si allontana ogni giorno di più.
La notte del ciclone
Era il 2022 quando Ana si è abbattuta sul Malawi. A Kanseche, un villaggio che sorgeva accanto alla piantagione di zucchero Nchalo, gestita da Illovo Sugar (Malawi), controllata al 100% da ABF, l’acqua non è arrivata come un evento inevitabile. Secondo i oltre 1.700 abitanti che hanno fatto causa, è stata indirizzata. A deviare la furia del fiume Mwanza sarebbe stato un argine di terra alto fino a due metri, costruito a protezione della piantagione, che avrebbe strozzato il corso naturale dell’acqua spingendola direttamente contro le case. Cinque adulti e due bambini sono morti. Il villaggio è stato raso al suolo.
L’argine della piantagione Nchalo, raccontano gli atti, ha funzionato come un imbuto al contrario: invece di contenere, ha incanalato. L’alluvione non è stata solo il prodotto di un clima impazzito, ma — questa è l’accusa — il risultato di una scelta ingegneristica che ha privilegiato la protezione dei canneti a scapito delle vite umane. Un classico meccanismo di esternalizzazione del rischio: il profitto si mette al riparo, le comunità locali restano esposte. Ma la verità, su questo punto, è contesa. Per ABF, quelle difese non hanno aggravato il disastro. Chi mente?
Il muro di gomma
Dall’altra parte della barricata, Associated British Foods respinge ogni addebito: le difese alluvionali della piantagione, sostiene, non avrebbero potuto peggiorare l’impatto su Kanseche. Una negazione secca, senza sfumature, che sposta il confronto sul piano tecnico e lo proietta in un’aula di tribunale. Ma è proprio qui che il tempo diventa un personaggio chiave della vicenda. La causa è stata avviata nel maggio 2025, tre anni dopo il disastro. Ora il processo è stato fissato per il 2028. In totale, sei anni. Milleduecento chilometri tra Londra e il Malawi, ma la distanza più grande è quella tra la velocità con cui un’alluvione distrugge una vita e la lentezza con cui la giustizia prova a ricostruirla.
È un paradosso che non riguarda solo questo caso. La macchina giudiziaria britannica ha i suoi tempi, e per una multinazionale sei anni sono un orizzonte gestibile: si accantona, si procede con il business, si valuta la sentenza quando arriva. Ma per chi ha perso i propri figli, la casa, il raccolto, sei anni sono un’eternità scandita dalla precarietà. E intanto, a Kanseche, si aspetta. Non un risarcimento, non ancora. Solo una data.
Londra chiama, il Malawi risponde
Il processo del 2028 non riguarda solo un villaggio e una piantagione. È un banco di prova per la giurisdizione britannica sulle catene globali. Secondo Dr Nick Hepworth, direttore esecutivo di Water Witness, potrebbe diventare uno dei procedimenti più significativi mai affrontati nel Regno Unito per presunti danni ambientali commessi all’estero. La posta in gioco è chiara: può una casa madre con sede a Londra essere ritenuta responsabile per le decisioni ambientali e di adattamento climatico prese da una sua controllata a migliaia di chilometri di distanza? Se la High Court dovesse rispondere di sì, si aprirebbe un fronte nuovo. Non più solo la responsabilità diretta della filiale locale, ma un dovere di vigilanza che risale la catena proprietaria fino al cuore finanziario del gruppo.
È un tema che scavalca il perimetro dello zucchero e arriva dritto al nodo irrisolto della globalizzazione: chi paga quando le scelte operative di un’azienda con sede in Europa producono danni a comunità che non hanno voce nei consigli di amministrazione? La Direttiva europea sulla due diligence delle imprese in materia di sostenibilità è in vigore, ma questo caso la precede e la interroga da un’aula di common law. Non si tratta di applicare una norma comunitaria, ma di stabilire se il diritto inglese, con i suoi precedenti, possa allungare l’ombra della responsabilità ben oltre i confini del Regno Unito.
Il rischio, però, è che la distanza temporale smussi la portata del precedente. Un processo che arriva sei anni dopo i fatti rischia di essere letto come un esercizio tardivo, non come un segnale di svolta. E poi c’è l’incognita probatoria: dimostrare il nesso causale tra l’argine e le morti richiederà perizie che dovranno reggere il contraddittorio. La Corte ha ritenuto che ci siano elementi sufficienti per andare a dibattimento, ma tra l’ammissione del caso e una condanna corre un fiume — è il caso di dirlo — di incertezza.
Per i sopravvissuti di Kanseche, il 2028 è un miraggio. Per le multinazionali, una data cerchiata in rosso su un’agenda che nel frattempo continuerà a riempirsi di trimestrali e dividendi. E per il diritto ambientale globale? Forse un punto di partenza, forse l’ennesima occasione in cui la giustizia arriva troppo tardi per essere giustizia.




