L’89% delle pulcinelle di mare potrebbe scomparire dalle coste britanniche entro il 2050 secondo un rapporto del 2021
L’89%: è la percentuale di pulcinelle di mare che potrebbe sparire dalle coste britanniche entro il 2050, secondo un rapporto del 2021 del British Trust for Ornithology. Un numero che da solo racconta una crisi, ma nasconde un meccanismo perverso. Già nel 2021 un rapporto del BTO su cambiamento climatico e uccelli del Regno Unito avvertiva che «le nostre popolazioni di uccelli marini nidificanti di importanza internazionale e l’insieme unico di uccelli degli altopiani sono già influenzati negativamente e appaiono i più vulnerabili ai cambiamenti futuri». Oggi, con le temperature record di maggio e giugno 2026 che hanno colpito la nidificazione, quei numeri non sono più una proiezione accademica.
Il numero che nessuno vuole leggere
La pulcinella di mare, simbolo delle scogliere britanniche, è il termometro di un sistema che si sta scaldando troppo in fretta. Il rapporto BTO 2021 parlava chiaro: «un declino della popolazione in Gran Bretagna e Irlanda dell’89% è proiettato entro il 2050». Non è un dato isolato. Sotto scenari ad alte emissioni, avverte un nuovo rapporto pubblicato il 1° luglio 2026, alcune popolazioni di uccelli marini potrebbero diminuire di oltre l’80% entro il 2050, sottolineando la necessità di continuare le azioni di conservazione. Il professor James Pearce-Higgins, direttore scientifico del BTO, ha ricordato che «le temperature record di maggio e giugno di quest’anno avranno avuto un impatto sui nostri uccelli nidificanti». L’effetto domino è già in corso: acque più calde alterano la distribuzione dei pesci di cui si nutrono le pulcinelle, costringendo gli adulti a voli più lunghi e riducendo l’energia disponibile per i pulcini. Un motore che gira al minimo, mentre il serbatoio si svuota.
Ma il clima non è l’unica minaccia: una legge recente rischia di aggravare il conto. Le aree protette del Regno Unito, spiega il rapporto, «sono già sotto pressione crescente a causa dello sviluppo e del cambiamento nell’uso del suolo». Un habitat frammentato o degradato riduce la resilienza delle colonie, rendendole ancora più esposte alle variabili climatiche. È una equazione semplice: meno siti sicuri per nidificare, meno adulti che tornano, meno pulcini che si involano. E su questo fronte, la politica ha appena aggiunto una variabile imprevista.
La farsa del fondo ‘ripristino’
E qui entra in gioco il Planning and Infrastructure Act 2025. La legge, entrata in vigore lo scorso anno, permette ai promotori immobiliari di aggirare le normative ambientali chiave versando denaro in un Fondo per il Ripristino della Natura. In pratica, un’azienda che vuole costruire su un’area protetta può farlo, a patto di pagare un contributo che, sulla carta, servirà a ripristinare un habitat equivalente altrove. Secondo un’analisi del Chartered Institute of Ecology and Environmental Management, la legge «indebolisce le protezioni degli habitat in Inghilterra consentendo ai promotori di bypassare le normative ambientali chiave in cambio di pagamenti in un Fondo per il Ripristino della Natura». L’habitat reale – con i suoi nidi, i suoi tempi ecologici, i suoi corridoi di connessione – viene scambiato con una promessa contabile.
Il problema non è solo concettuale. Le aree protette sono già sotto pressione crescente a causa dello sviluppo e del cambiamento nell’uso del suolo, come evidenziato dal rapporto BTO/RSPB. Un meccanismo che permette di monetizzare la distruzione senza garanzie di equivalenza ecologica equivale a un saldo negativo certo nel breve termine, con un attivo tutto da verificare. Il fondo potrebbe finanziare progetti di ripristino validi, ma il punto è la latenza: tra la distruzione di un habitat e il funzionamento di uno nuovo passano anni, spesso decenni. Per una pulcinella di mare che oggi non trova il suo sito di nidificazione, quel fondo non emette assegni spendibili in sopravvivenza.
Il conto in rosso della natura
L’incognita è tutta qui: la compensazione finanziaria può davvero bilanciare un declino che è già storico? I dati ufficiali dell’UK Government dicono che dal 1970 le popolazioni di uccelli selvatici sono diminuite di quasi un quinto sia nel Regno Unito sia in Inghilterra. Il declino più marcato si è registrato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90, «guidato principalmente da forti cali negli uccelli di bosco e di campagna». Oggi il colpo si sposta sugli uccelli marini, per effetto combinato di clima e sviluppo. Se il fondo si limitasse a spostare denaro su progetti di ripristino scollegati, senza un vincolo di prossimità ecologica e di tempestività, il conto della natura resterebbe in rosso. Come si fa a compensare una colonia di pulcinelle che ha smesso di tornare su un’isola dove per secoli ha scavato tane?
I numeri dicono che senza una protezione reale, il fondo resterà una riga di bilancio mentre le scogliere si svuotano. L’ingegneria normativa del Planning Act è un congegno preciso: incassa oggi, promette domani. Ma per un uccello marino che dipende da un sito specifico, il “domani” non esiste. O c’è un habitat adesso, oppure il nido resterà vuoto. E l’89% di pulcinelle fantasma, da proiezione statistica, rischia di diventare un inventario reale, contabile, senza alcuna compensazione.




