L’ultima epidemia è causata dal ceppo Bundibugyo, per cui non esistono vaccini né cure specifiche

L’ombra del virus che non dimentichiamo

Bastano due numeri per riportare alla mente la paura di quei mesi: più di 28.600 contagi e 11.325 morti. È il bilancio dell’epidemia di Ebola che tra il 2014 e il 2016 attraversò l’Africa occidentale, entrando per la prima volta con forza nelle cronache e negli incubi dell’Occidente. Fu un’emergenza che cambiò il modo in cui pensiamo alle malattie infettive, mostrando quanto un virus possa correre veloce se trova terreno fertile in sistemi sanitari fragili e in una comunità globale impreparata.

Quella volta il ceppo responsabile era lo Zaire, il più letale della famiglia degli Ebolavirus, con tassi di mortalità che in alcune ondate precedenti avevano toccato punte fino al 66%, secondo quanto riporta un’analisi pubblicata da The Revelator. Eppure, mentre il ricordo di quelle bare bianche si è sbiadito, una variante meno nota ma non meno insidiosa ha continuato a muoversi nell’ombra: si chiama Bundibugyo, dal nome della regione ugandese dove fu identificato per la prima volta. Oggi quel virus è di nuovo in circolazione nella Repubblica Democratica del Congo, e scopriamo di essere senza armi.

Un virus senza armi

Il focolaio in corso è la terza epidemia causata specificamente dal virus Bundibugyo: i precedenti risalgono al 2007-2008 in Uganda e al 2012 proprio nella RDC. È anche la diciassettesima emergenza Ebola che il Paese africano si trova ad affrontare da quando il virus fu scoperto, nel 1976. Numeri che raccontano una familiarità drammatica con la malattia, ma che cozzano contro un dato scomodo: non esistono terapie o vaccini approvati per questo specifico ceppo. Lo ha ribadito senza giri di parole l’Organizzazione mondiale della sanità lo scorso maggio, chiarendo che al momento nessun trattamento o profilassi è disponibile per chi contrae l’Ebola da Bundibugyo. Non è una svista: è il risultato di anni in cui la ricerca si è concentrata sul ceppo Zaire — quello del 2014 — lasciando scoperti gli altri rami della famiglia.

Per chi vive nelle aree colpite, questa assenza si traduce in qualcosa di molto concreto: se ti ammali di Ebola Bundibugyo, i medici possono offrirti cure di supporto — idratazione, controllo dei sintomi — ma non possono somministrarti un farmaco mirato né proteggere i tuoi contatti con un vaccino. Considerando che il tasso di letalità delle epidemie di Ebola oscilla storicamente tra il 30 e il 66 per cento, è un salto nel buio che si ripete a ogni nuovo focolaio. E parliamo di un virus che, come molti suoi simili, non nasce nei laboratori ma nella fauna selvatica: il 60 per cento delle malattie infettive conosciute nell’uomo è di origine animale, e per quelle nuove ed emergenti la quota sale addirittura al 75 per cento. Bundibugyo non fa eccezione, ed è esattamente il tipo di minaccia che ci ricorda perché non possiamo permetterci di rincorrere le emergenze solo quando sconfinano nei nostri titoli di giornale.

La corsa al vaccino (e perché ci riguarda)

Il vuoto di contromisure non è però rimasto inascoltato. All’inizio di giugno, due annunci hanno scosso il mondo della sanità globale. Da un lato, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation (CEPI) ha messo sul piatto circa 62 milioni di dollari per accelerare ricerca e sviluppo su tre candidati vaccini contro l’Ebolavirus Bundibugyo. Dall’altro, Gavi, l’alleanza per i vaccini, ha impegnato 40 milioni di dollari con l’obiettivo di creare un mercato per un eventuale vaccino, qualora si dimostrasse sicuro ed efficace. Sono cifre importanti, che segnano un cambio di passo rispetto al passato: invece di aspettare che l’epidemia faccia il suo corso, si prova a costruire uno scudo prima che il prossimo focolaio divampi.

Per capire perché questi investimenti ci toccano anche se viviamo a migliaia di chilometri dalla RDC, basta tornare a quei due numeri del 2014. Oppure guardare a quanto è accaduto dopo il 2020, quando la pandemia da Covid-19 ha mostrato in tempo reale quanto le malattie infettive possano attraversare i continenti nel giro di poche settimane. Da allora, la diplomazia sanitaria ha mosso qualche passo: lo scorso anno l’Organizzazione mondiale della sanità ha adottato l’Accordo Pandemico, frutto di anni di negoziati, per provare a coordinare le risposte globali. Ma l’anello debole resta la preparazione contro i patogeni meno appariscenti, quelli che non fanno notizia fino a quando non è troppo tardi.

L’impegno di CEPI e Gavi su Bundibugyo non riguarda solo un virus di nicchia. Mette alla prova un meccanismo: riusciamo a finanziare e sviluppare vaccini per malattie che oggi colpiscono poche migliaia di persone in regioni povere, ma che domani potrebbero allargarsi? La domanda non è retorica, perché la prossima epidemia non è questione di se, ma di quando. E questa volta, forse, qualche arma in più la avremo.