Undici milioni di barili sversati nel 1991 e oggi 20 milioni di barili al giorno in transito nello stretto di
Undici milioni di barili di petrolio greggio si riversarono nel Golfo Persico durante la guerra del 1991 — la seconda più grande fuoriuscita di petrolio della storia, secondo i dati raccolti dal Conflict and Environment Observatory. Oggi, circa un quinto delle spedizioni globali di petrolio e gas naturale liquefatto transita normalmente attraverso quello stesso braccio di mare tra Iran e Oman, largo appena 54 chilometri nel suo punto più stretto. Due cifre che non sono solo numeri: misurano la tensione permanente di uno specchio d’acqua da cui dipende una fetta consistente dell’approvvigionamento energetico mondiale. E raccontano un paradosso che sta ridisegnando le coste della regione.
La macchia nera del passato
L’entità dello sversamento del 1991 è difficile da circoscrivere con precisione. La stima più alta — gli 11 milioni di barili citati da CEOBS — include il greggio fuoriuscito da unità di stoccaggio, oleodotti sabotati e petroliere. Altre fonti parlano di circa 7 milioni di barili rilasciati intenzionalmente, che contaminarono qualcosa come 700 chilometri di costa dal Kuwait fino al Qatar, passando per l’Arabia Saudita. La differenza tra le due stime non è un dettaglio tecnico: riflette la difficoltà di misurare un disastro ambientale in piena zona di guerra, con infrastrutture distrutte e accesso limitato ai siti contaminati. Di certo c’è che per settimane il Golfo Persico bruciò, letteralmente, mentre le operazioni di contenimento procedevano sotto la minaccia dei combattimenti.
Da allora il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz non ha fatto che intensificarsi. Un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto passano ogni giorno da questo collo di bottiglia. Significa circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati: l’equivalente di quasi due sversamenti come quello del ’91, ma in condizioni normali, ogni 24 ore. Sono numeri che spiegano perché la regione resti permanentemente presidiata da marine militari e perché ogni escalation geopolitica faccia immediatamente sobbalzare i prezzi del Brent. Eppure, proprio in queste acque, qualcosa sta cambiando.
La scommessa delle mangrovie
Negli ultimi mesi gli annunci di investimenti in conservazione si sono moltiplicati, con cifre che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili per governi la cui legittimità e i cui bilanci dipendono quasi per intero dall’estrazione di idrocarburi. Dubai ha annunciato un investimento di circa 177 milioni di dollari per la riqualificazione del Ras Al Khor Wildlife Sanctuary, un’area umida che ospita fenicotteri e decine di specie migratorie a pochi chilometri dal centro finanziario della città. È un segnale che va letto accanto all’altro grande progetto della sponda araba del Golfo: il programma Blue Carbon dell’Oman, che punta a piantare 100 milioni di mangrovie, con un valore stimato di crediti di carbonio di circa 150 milioni di dollari.
La logica economica è duplice. Da un lato c’è la diversificazione: gli Stati del Golfo sanno che il petrolio non sosterrà i loro bilanci per sempre e cercano asset alternativi, compresi i crediti di carbonio che le mangrovie possono generare sui mercati volontari. Dall’altro c’è una questione di protezione fisica: le foreste di mangrovie sono una barriera naturale contro l’erosione costiera e le mareggiate, e in un’area che ha già visto cosa significhi avere 700 chilometri di costa imbevuti di greggio, la prevenzione ha un valore misurabile. L’Arabia Saudita si è spinta oltre, impegnandosi a proteggere il 30% delle sue terre e dei suoi mari entro il 2030: un obiettivo che, se rispettato, ridisegnerebbe la mappa della conservazione nell’intera regione.
Il punto non è quanto questi impegni siano sinceri o strumentali. Il punto è che stanno muovendo denaro reale. Centosettantasette milioni per un santuario naturale a Dubai, 150 milioni di crediti di carbonio attesi in Oman, un target vincolante al 2030 per l’Arabia Saudita: sono cifre che iniziano a competere, in ordine di grandezza, con i costi di bonifica di uno sversamento medio. La domanda è se questi progetti siano un’arma efficace contro il nemico invisibile del prossimo conflitto.
Bombe e barili
La realtà ha già bussato. Lo scorso marzo, nuovi incidenti di inquinamento marino hanno colpito la costa del Golfo Persico, generati dal conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Non si tratta di sversamenti paragonabili a quello del ’91 — almeno per ora — ma di episodi ripetuti che stanno interessando aree ecologicamente sensibili. Tra queste c’è la riserva di Qeshm, che contiene la più grande foresta di mangrovie dell’intero Golfo Persico. Le mangrovie di Hara, sull’isola iraniana di Qeshm, sono un ecosistema che funziona da vivaio per specie ittiche, da filtro naturale per gli inquinanti e da deposito di carbonio. Un danno a questa riserva non sarebbe solo locale: priverebbe l’intero bacino di uno dei suoi pochi serbatoi di resilienza ambientale.
Con il conflitto ancora in corso mentre scriviamo, il prossimo sversamento non è questione di se, ma di quando. E la differenza tra il 1991 e oggi è tutta nei numeri: più petrolio in transito, più infrastrutture critiche concentrate in un’area minuscola, più attori armati con la capacità di colpirle. In mezzo, 100 milioni di mangrovie da piantare e 177 milioni di dollari da spendere per dire che anche qui, dove un quinto dell’energia mondiale incrocia la guerra, la conservazione ha un prezzo. Il Golfo Persico è un indicatore: se la conservazione non regge qui, sarà difficile che regga altrove. Tenete d’occhio la superficie delle mangrovie a Qeshm.




