La legge AB 660 sostituisce le vecchie diciture con indicazioni di qualità e sicurezza

Una confezione di latte nel carrello, lo sguardo cade su una scritta: “sell by”. È ancora buono? Devo berlo oggi o posso aspettare? Per milioni di californiani questo dubbio è quotidiano, e spesso si risolve nel modo peggiore: si butta via per prudenza. Dal 1° luglio 2026, però, quella scritta ambigua sparisce dalle etichette, sostituita da termini che dovrebbero chiarire le idee. Lo impone la legge AB 660, firmata dal governatore Gavin Newsom lo scorso 28 settembre 2024 e ora in procinto di diventare operativa.

Chi fa la spesa conosce bene la scena: yogurt, formaggi freschi, pane a fette, ognuno con il suo piccolo enigma stampato sulla confezione. “Sell by”, “best before”, “use by”, “freeze by”: espressioni che sembrano sinonimi ma non lo sono, e che mescolano indicazioni per il negoziante con consigli per il consumatore. Il risultato, stando alle stime condivise da chi ha sostenuto la riforma, è che una quota significativa del cibo buttato nelle case americane finisce nel cestino solo perché la data sull’etichetta è stata interpretata come una scadenza tassativa, mentre in molti casi si trattava soltanto di un’indicazione di qualità o di rotazione a scaffale.

Il problema non è mai stato solo lessicale. Dietro ogni vasetto di yogurt gettato via c’è un costo per la famiglia e un impatto ambientale che la California, con questa legge, ha deciso di affrontare partendo da un gesto semplice: cambiare le parole. E vietarne una in particolare.

Le nuove regole: addio “sell by”, dentro qualità e sicurezza

Dal primo luglio 2026, vendere in California un alimento con l’etichetta “sell by” non sarà più consentito, almeno per i prodotti fabbricati a partire da quella data. Non si tratta di un semplice consiglio o di una linea guida volontaria: il divieto è esplicito nel testo della legge. Chi produce, trasforma o vende cibo e sceglie — o è tenuto per altre norme — a esporre una data sull’etichetta dovrà usare esclusivamente i termini uniformi stabiliti dalla AB 660, pensati per distinguere in modo netto due concetti che finora viaggiavano confusi: la qualità e la sicurezza dell’alimento.

La norma modifica anche una legge più vecchia, il California Milk and Milk Products Act del 1947, che imponeva ai produttori lattiero-caseari di indicare la data entro cui il prodotto andava rimosso dallo scaffale. Da luglio, al posto di quella data, sulle confezioni di latte e derivati dovrà comparire l’indicazione del giorno entro il quale il prodotto andrebbe normalmente consumato per garantirne la qualità. È un cambiamento di prospettiva: non più un conto alla rovescia per il supermercato, ma un’informazione utile a chi quel latte lo berrà.

L’intervento non nasce dal nulla. Già prima della AB 660, il Dipartimento dell’Alimentazione e dell’Agricoltura della California era tenuto a pubblicare informazioni per spingere produttori e rivenditori a usare volontariamente diciture uniformi per distinguere le “date di qualità” dalle “date di sicurezza”. E doveva anche incoraggiare i distributori a sviluppare alternative alle date “sell by” rivolte al consumatore, quelle che servono solo alla rotazione delle scorte in magazzino. La legge approvata nel 2024 ha trasformato quell’incoraggiamento in un obbligo, con l’obiettivo di mettere fine a una Babele di etichette che per decenni ha generato più spreco che chiarezza.

Il punto centrale è la distinzione su cui si gioca tutto: una cosa è la data entro cui il cibo è al massimo della sua qualità, un’altra è la data oltre la quale potrebbe non essere più sicuro mangiarlo. La prima, superata di qualche giorno, non significa che l’alimento sia pericoloso. La seconda è un confine più rigido. La legge non impone a tutti di mettere una data, ma se la data c’è, deve parlare la stessa lingua in tutta la California.

Cosa succede adesso nel carrello e dietro il bancone

Per chi fa la spesa, la differenza si vedrà gradualmente. La AB 660 non obbliga i supermercati a ritirare immediatamente tutti i prodotti con la vecchia etichetta: il divieto si applica agli alimenti fabbricati a partire dal 1° luglio 2026. Quindi per qualche settimana, o mese, convivranno confezioni con diciture diverse. Ma col tempo l’uniformità diventerà la norma, e la promessa è che basterà leggere due cose per capire se un formaggio è ancora buono o se è il caso di affrettarsi a mangiarlo.

I produttori e i rivenditori hanno avuto quasi due anni per adeguarsi, da quando la legge è stata firmata e depositata presso il Segretario di Stato, il 28 settembre 2024. Chi ancora non l’ha fatto si trova ora a dover aggiornare in fretta etichette e procedure interne. Non è un costo zero, ma il legislatore californiano ha scommesso sul fatto che il risparmio generato dalla riduzione dello spreco alimentare — per non parlare del beneficio ambientale — ripagherà l’investimento iniziale in macchinari e grafica delle confezioni.

Per le imprese che operano anche fuori dallo stato, la nuova regola californiana potrebbe diventare uno standard di fatto: adeguarsi solo per il mercato della California è costoso, e uniformare tutte le etichette al nuovo modello è spesso più semplice che gestire due linee di produzione. Se altri stati seguiranno l’esempio, l’effetto domino potrebbe semplificare l’etichettatura ben oltre i confini della West Coast.

La legge si inserisce in un quadro che coinvolge il Dipartimento di Alimentazione e Agricoltura e il Dipartimento della Salute Pubblica, chiamati a lavorare insieme per accompagnare la transizione con informazioni chiare. Per il consumatore, il messaggio è semplice: se vedi una data che parla di “qualità” puoi fidarti dei tuoi sensi — aspetto, odore, sapore — anche qualche giorno dopo la scadenza indicata. Se invece la data segnala un limite di “sicurezza”, lì conviene rispettarla senza troppa fantasia.

Dal 1° luglio, insomma, bastano due diciture per capire se un alimento è ancora buono o va consumato presto. Un piccolo cambiamento di vocabolario, con un impatto potenzialmente enorme sulla confusione quotidiana e sul cibo che finisce nella spazzatura senza una vera ragione.