Il Regno Unito ha una copertura arborea urbana dimezzata rispetto alla media europea

Quindici milioni. È il numero di adulti che nel Regno Unito, la scorsa settimana hanno accusato malesseri a causa delle temperature elevate. Un dato che da solo basterebbe a raccontare quanto un paese costruito per un clima temperato sia diventato, nel giro di pochi decenni, drammaticamente inadeguato. Ma il numero che spiega davvero la vulnerabilità britannica è un altro: 17,9%. È la copertura arborea media nelle aree urbane del Regno Unito, poco più della metà di quella europea, ferma attorno al 30%.

Un caldo che fa male (e una classifica impietosa)

Lo scarto non è trascurabile, e la classifica lo conferma con una durezza quasi statistica. Secondo un’analisi dell’Energy and Climate Intelligence Unit (ECIU) basata sui dati satellitari di Copernicus, il Regno Unito è al trentunesimo posto su trentotto paesi per copertura arborea urbana. Trentuno su trentotto: difficile trovare una sintesi più efficace del ritardo accumulato. E non si tratta solo di un problema di periferie o di città minori. Londra, con il suo 18% di copertura arborea, si piazza al 565° posto su 767 città europee analizzate. Nella seconda metà della classifica, lontanissima dalle prime posizioni.

La conseguenza più immediata di questa scarsità di ombra è l’effetto isola di calore urbano, un fenomeno che la Commissione europea ha quantificato con precisione già nel 2023: in 93 città europee, temperature medie più alte di 1,5°C a causa dell’effetto isola di calore sono state associate a 6.700 morti premature in estate. Un costo umano che il Regno Unito, con la sua copertura arborea dimezzata rispetto alla media continentale, paga in misura sproporzionata. Non è una questione di ondate di calore eccezionali: è una questione di infrastruttura urbana che, semplicemente, non è stata progettata per raffreddare.

Un paese costruito per un’altra epoca

La classifica non è un incidente. È il sintomo di un problema strutturale che il Climate Change Committee (CCC), l’organismo indipendente che consiglia il governo britannico sull’adattamento climatico, ha messo nero su bianco lo scorso maggio. «Il Regno Unito è stato costruito per un clima che non esiste più oggi e sarà sempre più distante negli anni a venire», ha scritto il CCC in un rapporto che ha avuto il merito di dire con chiarezza ciò che i dati suggerivano da tempo. Le case, le strade, gli spazi pubblici: tutto è stato pensato per un clima temperato che sta scomparendo, sostituito da estati in cui i 40°C non sono più un’ipotesi remota. Entro il 2050, secondo le proiezioni del CCC, le ondate di calore supereranno quella soglia in tutte le parti del Regno Unito.

La risposta del governo è arrivata con l’Environment Act, che ha fissato un obiettivo statutario: aumentare la copertura arborea e forestale dell’Inghilterra ad almeno il 16,5% di tutte le terre entro il 31 dicembre 2050. Un target che, a prima vista, può sembrare ambizioso, ma che va letto alla luce della baseline da cui si parte. Nel 2022, la copertura arborea e forestale inglese era al 14,9%. L’obiettivo di legge è quindi un incremento di 1,6 punti percentuali in ventotto anni: un ritmo che, se da un lato sancisce l’ingresso della riforestazione tra le priorità nazionali, dall’altro appare modulato su una scala temporale che non coincide con quella dell’emergenza climatica. Gli alberi, per crescere e generare l’effetto raffrescante di cui le città hanno bisogno, impiegano decenni.
Ogni anno di ritardo nella piantumazione è un anno in cui le isole di calore continueranno a lavorare a pieno regime.

La corsa contro il termometro

Mentre le estati si fanno sempre più roventi, l’Environment Act fissa una prima scadenza intermedia: entro dicembre 2030, la copertura arborea e forestale dovrà aumentare dello 0,33% della superficie terrestre rispetto al valore del 2022. Tradotto in ettari, significa un incremento netto di 43.000 ettari. Non è poco, ma è meno di quanto servirebbe per cominciare a colmare il divario con l’Europa continentale in termini di raffrescamento urbano. Il problema, del resto, non è solo quantitativo: gli alberi vanno piantati dove servono, cioè nelle aree urbane più densamente popolate e più esposte all’effetto isola di calore. E questo richiede una pianificazione che va ben oltre il semplice conteggio degli ettari.

Il vero stress test per la strategia di adattamento britannica non sarà il 2050, ma proprio il primo bilancio decennale. Nel 2030 si misurerà se il paese ha iniziato a colmare il gap o se, al contrario, continuerà a scaldarsi più del resto d’Europa. Con 15 milioni di persone che già oggi accusano malesseri per il caldo, e con la prospettiva di estati sempre più estreme, la domanda non è se il Regno Unito riuscirà a piantare abbastanza alberi, ma se lo farà abbastanza in fretta.