Un solo ispettore per 200 allevamenti senza mezzi per raggiungerli

Nel 2025 l’Ecuador ha esportato gamberetti per 7,47 miliardi di dollari: un aumento del 23,2% rispetto ai 6,07 miliardi del 2024, secondo i dati della Camera Nazionale dell’Acquacoltura (CNA). Cifre che collocano il paese andino come un gigante indiscusso del settore, con volumi in crescita costante alimentati dalla domanda globale. Basta spostare lo sguardo dai bilanci delle export alla linea di costa della provincia di Esmeraldas, però, e il racconto cambia radicalmente. Qui, circa 200 allevamenti di gamberetti sono monitorati da un unico ispettore dell’acquacoltura, che non dispone nemmeno di un mezzo di trasporto per raggiungerli. Un rapporto di forze che rende la supervisione ambientale poco più di una finzione burocratica. Dietro il successo commerciale si nasconde un sistema di controlli quasi inesistente, mentre un recente studio della Pontificia Universidad Católica del Ecuador (PUCE) aggiunge un tassello scientifico al quadro: l’espansione degli allevamenti sta impoverendo i sedimenti, riducendo la biodiversità e alterando la chimica delle acque in modo misurabile.

La memoria dei sedimenti

I sedimenti raccontano una storia diversa dai bollettini dell’export. Il team della PUCE guidato da Eduardo Rebolledo Monsalve ha confrontato due aree della provincia di Esmeraldas: il settore di Muisne e quello di REMACAM. La differenza più eclatante emersa dalle analisi riguarda il carbonio organico totale: i sedimenti di REMACAM ne contengono 3,8 volte di più rispetto a quelli di Muisne. Tradotto: dove le mangrovie sono state sostituite da vasche di allevamento — come accaduto in ampie porzioni di Muisne — il suolo ha perso una quantità enorme di materia organica. Il sedimento è la memoria biologica delle mangrovie, ed è lì che si legge l’impronta dell’attività umana.

Non è solo carbonio. Il team ha registrato 56 specie che vivono sul fondo dell’acqua, e un dato è emerso con chiarezza: la ricchezza della biodiversità è maggiore nei settori con meno allevamenti di gamberetti. Dove le vasche si moltiplicano, la varietà di forme di vita collassa. La logica è semplice: le mangrovie fungono da nursery per decine di specie marine, e quando vengono rase al suolo per fare spazio agli allevamenti, l’intera catena trofica si impoverisce. I numeri dello studio della PUCE, pubblicato lo scorso ottobre, offrono per la prima volta una misura diretta e localizzata di un fenomeno noto a livello macro: già tra il 1969 e il 1999, l’Ecuador aveva perso fino al 43% delle sue mangrovie, una contrazione documentata anche da ricerche accademiche della University of Southern Mississippi.

Il confronto con i dati disponibili a livello internazionale conferma l’entità del problema. Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Applied Sciences aveva già messo in luce alterazioni chimiche preoccupanti: l’acqua di drenaggio degli allevamenti di gamberetti mostrava una concentrazione di ossigeno disciolto più alta del 17% e livelli di ammonio totale e fosforo 2,5 volte superiori rispetto all’acqua di drenaggio delle mangrovie. Nei sedimenti, gli stessi ricercatori avevano registrato una diminuzione del 44% della materia organica totale e del 53% del contenuto di azoto, un leggero aumento del pH e un incremento del 93% del contenuto di ammonio. Gli allevamenti di gamberi coprono ormai una superficie pari a circa 1,5 volte l’area delle mangrovie rimanenti in Ecuador: un’espansione che ha rovesciato il rapporto tra ecosistema originario e infrastruttura produttiva. Eppure i numeri, da soli, non fermano le ruspe. Il punto è: chi controlla il territorio?

Un ispettore, zero mezzi

Sulla costa di Esmeraldas, la distanza tra la scienza e la realtà si misura in assenza di controlli. La provincia conta all’incirca 200 allevamenti e un solo ispettore dell’acquacoltura, senza mezzi di trasporto. È materialmente impossibile che una persona sola possa visitare, verificare, sanzionare. La conseguenza è una deregulation di fatto in cui gli sversamenti, l’occupazione di suolo e la deforestazione procedono senza che lo Stato riesca a interporsi. Quando gli allevamenti arrivano, spiega Johana Cruz Potes, rasa al suolo gli alberi per costruire le vasche. Ma le conchas — le vongole che le comunità locali raccolgono da generazioni — vivono tra le radici delle mangrovie. Quando gli alberi scompaiono, scompaiono anche loro. Non è una metafora: è un meccanismo diretto di distruzione dei mezzi di sussistenza. La deforestazione per gli allevamenti di gamberetti interrompe il reddito di famiglie intere che dalla raccolta delle conchas dipendono per mangiare e per vendere al mercato locale.

I 7,47 miliardi di dollari incassati nel 2025 sono il lato visibile di una filiera che sul territorio ecuadoriano lascia tracce profonde e spesso invisibili ai consumatori finali. Se il trend delle esportazioni continua a crescere — e l’incremento del 23,2% in un solo anno suggerisce che la domanda globale non accenna a rallentare — senza un parallelo rafforzamento dei controlli ambientali, il conto lo pagheranno le mangrovie e chi da esse dipende. Il paradosso è tutto in quei due numeri: 7,47 miliardi da un lato, un ispettore senza automobile dall’altro. Il successo commerciale rischia di essere il preludio di un dissesto ecologico che i sedimenti stanno già registrando.