Lo studio su Nature Climate Change mostra che le emissioni legate agli investimenti superano quelle dei consumi
Prendete la disuguaglianza della ricchezza globale, un problema di cui si discute da decenni. Ora prendete le emissioni di gas serra, calcolate con il metodo tradizionale basato sulla produzione o su quello, più recente, basato sul consumo. La concentrazione che emerge da un nuovo sistema di calcolo — quello della proprietà — è più alta di tutte e tre. Lo studio, pubblicato su Nature Climate Change, arriva a una conclusione che ridefinisce il perimetro della responsabilità climatica: le impronte basate sulla proprietà sono altamente concentrate, con una disuguaglianza che supera quella della ricchezza e di qualsiasi altro schema contabile del carbonio finora utilizzato.
Il numero che sintetizza questa sproporzione arriva da Greenpeace: il 10 giugno scorso l’organizzazione ha stimato che l’1% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di circa il 40% delle emissioni calcolate con il metodo della proprietà. Non stiamo parlando dei voli in jet privato o delle ville con piscina riscaldata. La fonte di queste emissioni è un’altra, ed è molto meno visibile.
La mappa segreta delle emissioni
I sistemi di contabilità del carbonio che conosciamo — produzione e consumo — fotografano due lati della stessa medaglia. Il primo conta le emissioni generate dentro i confini di un Paese; il secondo attribuisce ai consumatori finali le emissioni incorporate nei beni che acquistano, ovunque siano stati prodotti. Il metodo della proprietà aggiunge un terzo strato: segue il denaro. Registra le emissioni dove si trovano i proprietari degli asset che le hanno generate, non dove il camino fuma né dove il prodotto finisce sullo scaffale.
Il risultato è una mappa diversa della geografia del carbonio. I grandi Paesi dell’Europa occidentale, per esempio, hanno ridotto le emissioni basate sulla produzione — un dato che i governi sventolano con regolarità nei vertici internazionali. Ma le emissioni legate alla loro proprietà all’estero non sono diminuite. Il trasferimento non è scomparso: si è spostato dalla colonna della produzione a quella degli investimenti. E questa seconda colonna, stando all’analisi pubblicata su Nature Climate Change, rivela una dimensione della disuguaglianza di carbonio finora ignorata.
A trainare la concentrazione non sono le abitudini di spesa dei super-ricchi, ma i loro portafogli. Già nel 2022 un lavoro di Lucas Chancel su Nature Sustainability aveva mostrato che le emissioni dell’1% più ricco provengono principalmente dagli investimenti, non dai consumi. Azioni, obbligazioni, quote di fondi, partecipazioni in imprese industriali: è lì che si annidano le tonnellate di CO₂ che i bilanci nazionali non intercettano.
Investimenti inquinanti
Il meccanismo è semplice da descrivere, ma le sue implicazioni sono profonde. Quando un fondo pensione norvegese detiene quote di un’azienda siderurgica in Indonesia, le emissioni di quell’altoforno compaiono nel bilancio territoriale indonesiano. Nessuno le attribuisce agli azionisti di Oslo. Il metodo della proprietà fa esattamente questo collegamento, e i numeri che produce cambiano la percezione di chi inquina quanto.
Uno studio del 2025, diffuso attraverso la piattaforma RePEc, ha quantificato l’effetto: prendere in considerazione la proprietà aumenta l’impronta di carbonio del 10% più ricco della popolazione di un fattore compreso tra 2 e 2,8 volte rispetto all’impronta basata sul consumo. Vale a dire che il decile più abbiente non ha un’impronta leggermente superiore a quella che dichiara al supermercato o alla pompa di benzina: ce l’ha due o tre volte più grande. La differenza sta nei dividendi, nelle plusvalenze, nei rendimenti di portafogli che finanziano attività industriali in ogni angolo del pianeta.
Questa discrepanza non è una curiosità accademica. Le emissioni legate alla proprietà estera stanno crescendo in importanza, e potrebbero ridisegnare la distribuzione della responsabilità tra regioni. Un investitore europeo che sposta capitale verso un’economia emergente non sta “delocalizzando” solo la produzione, secondo i vecchi schemi: sta spostando la titolarità delle emissioni senza che gli attuali strumenti di politica climatica se ne accorgano.
Il buco delle politiche climatiche
Eppure, mentre i negoziati internazionali si affannano a limare i decimali degli impegni di riduzione, il perimetro contabile è rimasto fermo a due dimensioni. Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) europeo, lo strumento più avanzato per affrontare le emissioni incorporate nei prodotti importati, risponde a una logica di consumo: tassa il carbonio alla frontiera per evitare che le industrie europee vengano svantaggiate. Ma non tocca le emissioni legate alla proprietà della produzione. Gli asset finanziari non pagano dazi sul carbonio.
Lo studio di Nature Climate Change è esplicito su questo punto: le politiche emergenti come gli aggiustamenti alle frontiere del carbonio affrontano i trasferimenti internazionali basati sul consumo, ma le emissioni legate alla proprietà della produzione rimangono in gran parte non contabilizzate. È un buco largo decine di miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente. La stessa ricerca chiarisce che la contabilità basata sulla proprietà dovrebbe integrare, non sostituire, gli approcci esistenti: servirà a guidare gli investimenti verdi e a tarare politiche che oggi vedono solo metà del problema.
Le implicazioni politiche sono immediate. Se il 60% delle emissioni globali è legato alla proprietà — come stimato da Greenpeace nella sua analisi pubblicata dal Guardian — e questa quota è in crescita, i negoziati sul clima non potranno più permettersi di ignorarla. Non si tratta di aggiungere un’appendice ai rapporti dell’IPCC: si tratta di ridefinire chi è responsabile di cosa nei mercati del carbonio, e con quali strumenti intervenire. I numeri sono sul tavolo. La discussione su come usarli, per ora, è appena cominciata.




